Chi vive e lavora nel mondo delle biblioteche, almeno in Italia, tende a immaginare e ideare un modo diverso di fare il proprio lavoro all’interno di queste strutture disseminate su tutto il nostro territorio nazionale, partendo però, spesso, dalla propria professione, dal proprio bagaglio di esperienze professionali e dalla propria curiosità, e finendo con il lasciare paradossalmente sullo sfondo quello che è il luogo nel quale si lavora.

Sì, perchè la biblioteca è un luogo, lo è sempre stata, anche quando era solo il salotto buono di qualche nobile signore con la passione per la lettura e la conoscenza, e una cosa è pensarsi a lavorare in un luogo costituito da una sala con due scaffali in mogano, ben altro il rappresentare quello stesso lavoro in un grande spazio pubblico con tante sale, tanti strumenti e altrettanti diversi servizi da offrire.

Tutto questo è semplice da dire, perfino banale, molto più di tendenza sarebbe parlare dei progetti che si sviluppano all’interno delle biblioteche e dedicati a diverse fasce di pubblico, in passato l’ho fatto anche io abbondantemente, ma anche per parlare di questo si dovrebbe rimettere al centro di tutto il luogo, il posto, lo spazio e la sua organizzazione non solo interna ma in relazione al contesto cittadino.

Quello che un bibliotecario dovrebbe fare nasce dal luogo in cui è chiamato a farlo, a svolgere il proprio lavoro, che è molto meno poetico e sentimentale di quanto ci piace tratteggiarlo, ma che, almeno in Italia, finisce con l’essere troppo strettamente allacciato a ciò che il singolo bibliotecario ritiene di poter offrire, in proprio, alla comunità.
La dedizione e la passione sono spinte che animano le nostre giornate da bibliotecari di provincia e che ci aiutano a non deprimerci più di tanto, ma per quanto sono delle buone inclinazioni non sono la garanzia che ciò che facciamo e stiamo facendo sia utile alla società.

L’utilità sociale, profondamente diversa da quella economica ma non meno determinante per lo sviluppo e la stabilità del vivere quotidiano, guarda alle biblioteche molto prima di trovarvi dentro dei bibliotecari, per quanto bravi, preparati e cordiali.

Se come bibliotecari riteniamo importante garantire l’accesso alla conoscenza e all’informazione a tutti in modo libero e senza discriminazioni, non possiamo pensare che questa nostra funzione professionale sia nostra e basta; è nostra in quanto lavoriamo in biblioteca e quindi se lavoriamo in biblioteche che non si guardano, perchè le biblioteche in italia si guardano tra loro molto poco e spesso solo a piccoli gruppi, forse saremo anche dei grandi professionisti, pieni di competenze e di attestati, di corsi fatti o tenuti, ma siamo qualcosa di disgregato e inattuale, difficilmente riconoscibile dalla società e dai cittadini, per quante campagne di marketing culturale si vogliano mettere su, ovviamente anche queste ognuno per proprio conto.

Il problema di fondo è che nel nostro paese manca una conoscenza delle biblioteche pubbliche da parte degli amministratori e dei politici. Badate bene, non sto dicendo che queste persone non sanno che le biblioteche esistono, il problema reale è che non sanno cosa sono e come funzionano, quali sono le loro peculiarità e quali i loro punti di forza da poter offrire alla comunità. Se non lo sanno forse, però, è anche un bel po’ colpa nostra che pur di salvare il salvabile, abbiamo messo dentro alle biblioteche cose difformi in termini di quantità e di qualità; in alcune tanto e in altre praticamente nulla.

Le biblioteche italiane, in effetti, non esistono, esistono delle biblioteche cittadine, legate alle capacità di singole amministrazioni locali più o meno lungimiranti, ma un’idea comune di biblioteca pubblica da propore come paese non ce l’abbiamo e questo è un fatto determinante se vogliamo provare a fare i bibliotecari, che ci piaccia o no.

Carmine Aceto

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