Del selfpublishing si sente parlare adesso con maggior convinzione, in modo favorevole o contrario, ma la nicchia sembra diventare, anche numericamente, un pò più ampia se confrontata a quella di un passato neanche troppo lontano. Un articolo di Loredana Lipperini sul sito di Repubblica parla di un pericolo di bolla nel selfpublishing. Vi invito a leggerlo perchè può spingere a diverse riflessioni, sia tra coloro che caldeggiano lo sviluppo di questo movimento e sia tra chi fatica a digerirlo.
Personalmente, pur sostenendo con vigore la visione di un mondo editoriale innovativo e attivo, dove gli autori sono parte integrante di un processo creativo e produttivo oramai stancamente demandato a società di marketing più che a operatori culturali, non ho mai provato interesse, invece, per la debordante massa di teorici del selfpublishing intinto nel social media.
Mi spiego, non ho mai pensato che il valore di un autore stia nel modo di relazionarsi con i propri potenziali lettori utilizzando esclusivamente per ore e ore, durante la giornata, le piattaforme social di volta in volta più in voga. La voce dell’autore e quella dei suoi lettori devono trovare canali di comunicazione e i vari Twitter e Facebook sono potenzialmente questo, canali di trasmissione di informazioni e di contenuti. Un autore che abbia voglia di produrre contenuti di valore da far giungere ai propri contatti social, dovrebbe pensare esattamente a questo, a produrre contenuti per un mezzo, non a lanciare spot pubblicitari travestiti da slogan letterari, altrimenti anche l’autore che fa self publishing non diventa altro che una controfigura in tutto e per tutto simile a quella del sistema editoriale più classico e commerciale.
Io penso dall’inizio al selfpublishing come un motore in grado di generare autori nuovi e storie diverse, non un modello di bussines telematico! Per me è ancora la scrittura la sostanza e il senso di un libro, non la possibilità di ricavarne soldi o fama. Se un autore che fa selfpublishing non parte dalla qualità della sua ricerca letteraria e non punta a destabilizzare tramite questa il sistema è inutile ritenere che l’autoproduzione possa farti diventare uno scrittore di punto in bianco.
Il primo dovere di uno scrittore è scrivere, ancor di più se sei uno scrittore che deve farsi apprezzare e conoscere dai lettori, siano essi decine o milioni poco cambia. Non credo di essere un utopista della prima ora nel dire queste cose, piuttosto credo sia importante per un autore che fa selfpublishing dedicarsi alla scrittura più che allo smanettare con file epub e cose simili. Conoscere le procedure è un punto di partenza che serve a tutti per potersi orientare in materia, ma le specifiche tecniche, le procedure di marketing che hanno poco di nuovo e molto di già visto, non fanno di nessuno uno scrittore, neanche se sei uno scrittore che fa selfpublishing.
Uno scrittore scrive e poi il resto lo fanno anche altre figure professionali che aiutano e collaborano con lo scrittore. Il selfpublishing include anche loro, i professionisti del settore che con competenze specifiche hanno le capacità opportune e richieste per condurre in porto un lavoro finale che non ha nulla di estemporaneo.
Se il selfpublishing si svilupperà in una direzione che privileggerà i contenuti alla voglia frettolosa di sentirsi onnipotenti, allora da fenomeno si proporrà come movimento e valicherà i confini degli store online per costruire anche una rete di vendita diversificata nei modi e nei luoghi, magari confluendo di nuovo nelle librerie che troverebbero nuova linfa da una vena creativa originale e da un sistema produttivo per ora ingolfato.
Carmine Aceto






























