di Angela Mazzaroni
Lo scrittore statunitense Marc Prensky coniò e divulgò in un suo articolo del 2001 il termine “nativi digitali” per definire i giovani del nuovo millennio. Una generazione adolescenziale che si muove, con molta disinvoltura, in un mondo sempre più multimediale.
Abituata alla funzione del multitasking, alla istantaneità della comunicazione e ad una connessione illimitata, assorbe con molta facilità le novità tecnologiche, instaurando relazioni senza alcun confine di spazio. Tuttavia la maggiore destrezza nelle nuove modalità di comunicazione non ha reso consapevoli i “nativi digitali” sui comportamenti ammissibili in rete da quelli potenzialmente pericolosi. Il confine tra scherzo e bullismo online diventa molto labile e quasi senza accorgersene si può invadere la privacy o varcare la soglia del rispetto altrui. La non distinzione tra giusto e sbagliato in rete ha fatto emergere un fenomeno sempre più al centro dell’attenzione dei genitori, degli educatori, dei ricercatori e dei media: il cyberbullismo.
Con il termine cyberbullismo si definisce un comportamento violento, offensivo, perpetuato nel tempo in maniera continua e tramite un mezzo elettronico, con l’intenzione di creare disagio alla vittima di tale azione. La diffusione di materiale denigratorio, oltre a ferire emotivamente nell’immediato può avere dei danni psicologici irreversibili, se non addirittura portare a gesti estremi. Sono essenzialmente tre le caratteristiche che differenziano il cyberbullismo dal bullismo tradizionale: anonimato del molestatore – diventa difficile identificare il cyberbullo e di conseguenza quasi impossibile limitare la circolazione di immagini, video o foto diffamatorie diffuse in rete; assenza di limiti spaziotemporali – la vittima può essere colpita in ogni momento della giornata e ovunque si trovi, purché risulti in rete; assenza di empatia – non avendo un riscontro diretto delle proprie azioni sulla vittima, si diventa privi di qualsiasi sentimento di rimorso o remora etica.
Di solito, gli episodi di cyberbullismo scaturiscono da una intolleranza di sottofondo e dalla non accettazione del “diverso” per etnia, religione, caratteristiche psico-fisiche, per identità di genere o per particolari realtà familiari. La fragilità delle vittime non riesce a contrastare una violenta e reiterata sopraffazione e di conseguenza si arriva ad uno stato di umiliante e doloroso isolamento sociale. L’identificazione di episodi di cyberbullismo è resa difficile sia dal silenzio delle stesse vittime, che provano vergogna e colpa per quello che subiscono, che dagli spettatori, i quali tacendo o partecipando con un “like”, un commento, condividendo foto e video in rete diventano corresponsabili delle azioni del cyberbullo e contribuiscono ad accrescerne il potere.
Pertanto può passare molto tempo prima che un caso di cyberbullismo venga alla luce. Ci sono, però, dei segnali rivelatori a disposizione degli adulti : la continua manifestazione di disagi fisici ( es. mal di pancia, mal di testa) o psicologici (es. incubi, attacchi d’ansia) ; la riluttanza ad andare a scuola o nel frequentare luoghi di socializzazione; la bassa autostima di sé e delle proprie capacità, l’insicurezza e la difficoltà nell’instaurare delle relazioni sociali. Un consiglio utile è quello di mantenere sempre alta la guardia e di parlare apertamente qualora dovesse sorgere un problema concreto. Bisogna stabilire con i ragazzi una comunicazione improntata sulla fiducia, aiutandoli in un uso consapevole dei media che sia sempre rispettoso dell’altro anche quando si interagisce online.
I ragazzi hanno bisogno di essere seguiti e controllati senza però che venga meno la propria sfera di intimità e libertà personale. Devono sentirsi protetti e devono sapere che possono, in qualsiasi momento, rivolgersi ad un adulto che è disposto ad ascoltarli senza giudicare. Nei casi accertati di cyberbullismo bisogna bloccare e segnalare l’autore delle vessazioni agli uffici preposti dalle Forze di Polizia per inoltrare la segnalazione o denuncia/querela e permettere alle autorità competenti di iniziare l’attività investigativa. Infatti, per l’ordinamento italiano il cyberbullismo costituisce una violazione del Codice della privacy ( D.Lgs. 196 del 2003) e a volte del Codice civile e penale.
Nei casi più gravi i cyberbulli possono essere perseguiti penalmente per i reati di percosse, lesione personale, ingiuria, diffamazione, violenza privata, minaccia e danneggiamento. Parallelamente per arginare le conseguenze delle violenze subite è necessario rivolgersi a delle strutture socio-sanitarie deputate ad offrire un supporto psicologico e di mediazione. Considerare il fenomeno del cyberbullismo nella sua interezza aiuta ad avere uno sguardo di ampio respiro sul mondo giovanile, sul loro vissuto e sulle dinamiche che si instaurano tra coetanei. Ciò può permettere agli adulti di essere un valido sostegno nella gestione e nel superamento di episodi di sopraffazione e prepotenza in tutte le forme in cui si possono esercitare, subire ed osservare.






























