Un anno fa.
Ricordo il cielo grigio, la paura devastante, la certezza che non ci fosse più alcuna certezza. La sicurezza di una fine vicina.
In piedi davanti alla TV, la mano stretta alle persone amate, le lacrime, la tenerezza per un uomo così solo, che pregava per noi.
Non avevamo più nulla, destabilizzati e smarriti.
E mi sembrò che nel mondo fossero state spazzate via tutte le sovrastrutture sociologiche e di classe e che fossimo per una volta tutti uguali.
Nudi di fronte al virus, come quando si nasce.
E così certi della inutilità di ogni tentativo umano di contrasto, che l’unica cosa che restava da fare era pregare.
E così Papa Francesco affrontò vento, pioggia e solitudine per farlo.
E invece un anno dopo il mondo è ancora qua. Ce l’abbiamo fatta.
Siamo stati bravi, siamo stati ingenui, siamo stati fortunati.
Non so quale sia la risposta, dipende dalle tesi a cui si dà credito (complottistiche o meno).
Quello che so è che siamo tornati ad essere quelli di prima, ma un po’ peggio.
Non più tutti nudi di fronte al virus, ma di nuovo vestiti da stilisti o di stracci.
E chi ha gli stracci si metta in fila, che il proprio turno arriva alla fine.
Secondo me abbiamo perso una grande occasione.
Avremmo potuto farlo in onore di chi oggi non c’è più.

A.D.B.

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