Per quanto riguarda i lavoratori, invece, la CGIA ricorda che dalla totalità degli addetti presenti in Italia (pari a poco più di 22 milioni di unità) sono stati “rimossi” i lavoratori autonomi, quelli del pubblico impiego, i dipendenti dell’agricoltura e tutti quelli con un contratto a tempo determinato che, per legge, non sono “coperti” da questa norma. Pertanto, su oltre 11.300.000 operai e impiegati presenti nel nostro Paese (*), quasi 6.507.000 (**) lavorano alle dipendenze di aziende con più di 15 dipendenti, soglia oltre la quale si applica l’articolo 18.
“In una situazione economica così difficile – segnala il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi – l’eventuale decisione di modificare l’articolo 18 darebbe luogo ad un duro scontro con le parti sociali che avrebbe solo ricadute negative. Mai come in questo momento, invece, abbiamo bisogno di pace e di coesione sociale. Ritengo, inoltre, che possiamo agganciare la ripresa e conseguentemente rilanciare l’occupazione privilegiando le politiche legate alla domanda. Ovvero, rilanciando gli investimenti, i consumi interni e combattere la deflazione: solo così saremo in grado di aggredire la disoccupazione”.
(*) gli ultimi dati disponibili si riferiscono al Censimento dell’ Industria e dei Servizi dell’Istat 2011. Da questa platea sono esclusi i lavoratori del Pubblico impiego, quelli presenti in agricoltura, i co.co.pro ed i lavoratori a progetto.
(**) al netto dei dipendenti assunti con contratto a tempo determinato che lavorano nelle aziende con più di 15 dipendenti ai quali non si applica l’art. 18.































