di Massimiliano Scarabeo
Il contesto delle eroiche giornate del 1953.
La crisi del 1953.
Il 1953 rappresenta un anno di svolta per il destino della città di Trieste, rimasta, per otto anni dopo la fine della guerra, nel limbo del costituendo Territorio Libero di Trieste, contesa dall’Italia e da Tito. L’ostinazione con la quale il Boia tende per tutto questo tempo a ottenere il controllo della città si spiega analizzando i rapporti tra le nazionalità interne alla nuova Repubblica Federale di Jugoslavia: la componente slovena, rappresentata da Edvard Kardelj, rappresentava storicamente la nazione più centrifuga rispetto al centralismo di Belgrado, al quale prediligeva da sempre la sfera d’influenza austro-tedesca. Nel periodo di nostro interesse, tra l’altro, gli Sloveni sono portatori di un rancore ventennale – inesistente ma come sappiamo, avevano un’idea tutta loro di storia- : già il Trattato di Rapallo – che aveva permesso al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni di pacificare il proprio confine occidentale e instaurare rapporti sereni per pianificare una propria politica regionale – era stato vissuto dagli Sloveni come una mutilazione.
Tito eredita uno Stato multinazionale, per tenere unito il quale è costretto a farsi carico degli interessi di tutte le componenti e in particolare di quella slovena, che reclama a gran voce di raggiungere il litorale adriatico e di dotarsi di un porto con cui esercitare la propria influenza sul bacino. Trieste è quindi una pedina importante di questo gioco: il possesso della città diventa il motivo primo della politica estera jugoslava, che spera attraverso essa di completare il processo di annessione e slavizzazione già intrapreso in Istria (n.b la slavizzazione era in corso già tempo prima). L’estate del 1953 rappresenta l’anno di svolta: l’Italia attraversa una grave crisi politica che vede la fine del percorso politico di Alcide De Gasperi, protagonista fino ad allora della politica estera di Roma, spazzato via dalle elezioni politiche del 7 giugno. La crisi rischia di far perdere all’Italia la propria credibilità nei delicati equilibri con Tito: mentre viene affidato a Giuseppe Pella l’incarico di formare un nuovo governo senza una vera maggioranza parlamentare, Tito riallaccia i rapporti con l’Unione Sovietica e rafforza la collaborazione con gli Stati Uniti, nel tentativo di trarre il maggior vantaggio diplomatico possibile dalla propria posizione terza rispetto ai due poli.
Mentre dunque a Roma si tenta di trovare una maggioranza parlamentare in grado di garantire la fiducia a un nuovo governo, il viceministro degli Esteri jugoslavo Aleš Beblereffettua una visita ufficiale a Trieste dando il via a una nuova offensiva diplomatica: il generale Winterton, comandante della Zona, risponde alle proteste italiane di essere nell’impossibilità di vietare la visita, e fa notare all’Italia avrebbe potuto piuttosto inviare un proprio Ministro se solo avesse avuto un Governo in carica. Pella decide di utilizzare la questione di Trieste per raccogliere il consenso delle destre su un governo provvisorio, che viene formato il 17 agosto con l’appoggio esterno del Movimento Sociale Italiano; il nuovo governo decide subito di rispondere all’aggressione diplomatica jugoslava e decide di spostare le truppe al confine il 30 agosto cogliendo l’occasione di un raduno di partigiani jugoslavi organizzato a Sambasso, causando così un’immediata escalation militare.
Con questo gesto Pella intendeva compattare la propria maggioranza, ma al tempo stesso lanciare un segnale di fermezza a Tito, dimostrando che l’Italia era pronta alla guerra per difendere Trieste. Le motivazioni furono diverse: l’Italia voleva ricominciare a giocare d’attacco nella questione adriatica, spezzando la nascente intesa fra Jugoslavia e Stati Uniti (che avevano addirittura organizzato una conferenza militare congiunta in agosto), e recuperando così il terreno perduto a causa della propria crisi politica: attraverso la mobilitazione delle truppe l’Italia rendeva il problema di Trieste un problema internazionale, e dimostrava a Washington che il coinvolgimento militare di Tito in un progetto di pacificazione dell’Europa non sarebbe stato possibile fino a che l’Italia non fosse rientrata in città, condizione sulla quale nessun Governo avrebbe mai potuto cedere. Inoltre era necessario prevenire effettivamente il rischio di un colpo di mano dannunziano da parte della Jugoslavia, che avrebbe potuto approfittare della debolezza italiana per occupare la città creando un pericoloso fatto compiuto. Il pericolo era concreto, e ne era ben consapevole lo Stato Maggiore inglese che da Londra inviò a Winterton l’ordine segreto di non reagire contro un’eventuale invasione slava: gli inglesi vedevano di buon occhio una soluzione jugoslava alla vicenda, e non avrebbero fatto nulla per impedirla.
Ebbe così inizio la crisi del 1953, che causò una forte accelerazione nei giochi diplomatici causando la risoluzione definitiva della questione di Trieste. La Nota Bipartita La mossa italiana ottenne gli effetti sperati: oltre all’escalation militare, infatti, anche a livello diplomatico le cancellerie compresero i rischi e ricominciarono a lavorare alacremente per risolvere una questione foriera di grandi rischi per l’intero equilibrio europeo. Nacque in questo contesto la Nota Bipartita, una dichiarazione congiunta anglo-statunitense destinata a mettere la definitiva pietra tombale sulle rivendicazioni italiane (già riconosciute dalla sepolta Nota Tripartita del 1948): pubblicata l’8 ottobre 1953 la Nota come sappiamo proponeva infatti la spartizione del TLT fra la Jugoslavia (Zona e l’Italia (Zona A), e sottintendeva dunque la rinuncia a qualsiasi pretesa italiana su Capodistria.
Per come fu resa nota, tuttavia, la Nota rese più complesso e teso il quadro, anziché risolvere le tensioni, e rappresentò di fatto un provocazione più che una soluzione. A sostegno di questa tesi alcuni elementi: innanzitutto della Nota furono informati contemporaneamente i governi di Roma e Belgrado, ai quali furono dati differenti elementi di valutazione del contenuto: se agli italiani fu suggerito di ritenere questa misura provvisoria e non esclusiva rispetto alle rivendicazioni sulla Zona B, agli Jugoslavi fu garantito il contrario. Inoltre, rispetto alla Nota Tripartita, da questa decisione fu esclusa la Francia, che venne informata dell’iniziativa soltanto la sera prima della pubblicazione.
Le reazioni furono quelle probabilmente previste dagli estensori della Nota: mentre il Governo italiano festeggiò ritenendo di poter subito rientrare a Trieste, e ribadendo pubblicamente che questa Nota non metteva fine alle aspirazioni sulla Zona B, Tito dichiarò irricevibile «il diktat» in quanto in quella fase – con le truppe schierate al confine – avrebbe rappresentato una indiscutibile vittoria diplomatica italiana: il pomeriggio stesso Belgrado si riempì di manifestanti che tentarono di assalire le ambasciate di Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti al grido di «Istra je nas! Trst je nas!» («L’Istria è nostra! Trieste è nostra!»), mentre il consolato italiano di Zagabria veniva assalito dalla folla inferocita. Il Governo jugoslavo si affrettava a dichiarare la Nota «illegale, antidemocratica, foriera, probabilmente, di effetti imprevisti e [che] potrà ritorcersi contro i suoi autori». Due giorni dopo Tito dichiarò pubblicamente: «Considereremmo l’entrata delle truppe italiane nella zona A come un atto di aggressione contro il nostro Paese. (…) I popoli jugoslavi nelle loro dimostrazioni hanno chiesto che la nostra armata sia inviata nella zona B. E io posso dichiarare che unità dell’esercito jugoslavo sono già entrate nella zona B.
Non permetteremo che qualcuno ci ricatti per la questione di Trieste. Noi non permetteremo che l’imperialismo italiano avanzi così facilmente verso di noi e ci strappi la nostra terra pezzo per pezzo»e ancora: «Nel momento in cui il primo soldato italiano entrerà nella Zona A, anche noi vi entreremo». Contemporaneamente, mosse l’esercito ammassando consistenti truppe da invasione a ridosso della Zona A e qualche contingente nella Zona B. Dunque se si trattò di una provocazione, possiamo immaginarla finalizzata forse a peggiorare le tensioni militari e a esasperare gli animi in città, nella speranza di creare il casus belli per un’invasione risolutiva delle truppe jugoslave. L’occasione per un simile avvenimento si sarebbe potuta creare poche settimane dopo, quando gli italiani di Trieste avrebbero festeggiato l’anniversario dell’ingresso delle truppe italiane in città il 3 novembre 1918. Per preparare questa data, gli inglesi fecero di tutto per far crescere la tensione: il 13 ottobre Winterton decise di proibire ogni manifestazione e comizio pubblico in tutta la Zona, impedendo anche l’ingresso in città di alcuni esponenti politici italiani. Tuttavia già il 14 ottobre il Generale tollerò bonariamente che il divieto venisse disatteso dagli slavi, che si radunarono in piazza Garibaldi guidati da Frank Štocka, già capo del Comando di città nell’occupazione del maggio 1945.
La reazione italiana rappresentò una prova di forza importante: per tutta la notte Trieste fuattraversata da cortei improvvisati di manifestanti, in particolare studenti universitarii (fra i quali esponenti dell’ex Circolo Oberdan, organizzazione patriottica fondata nel 1947 e sciolta dal GMA), decisi a non lasciare il campo libero alla controparte: nelle foto dell’epoca, che documentano questa che verrà ricordata come la “notte tricolore”, spicca in prima fila, fra i suoi colleghi d’università, la figura di Francesco Paglia, il capo dei goliardi nazionali. Ad ulteriore mortificazione delle aspettative italiane, nelle settimane successive anche la Nota Bipartita divenne lettera morta, come già la precedente Nota Tripartita, prima sostanzialmente e poi formalmente quando nella conferenza di Londra venne decisa la sua sospensione; questo ebbe l’effetto di accrescere il risentimento italiano nei confronti di inglesi e americani, a loro volta discordi sul comportamento da tenere nella vicenda: gli inglesi simpatizzavano ormai apertamente per una soluzione jugoslava, mentre gli americani mantenevano una posizione intermedia, grazie anche alla mediazione della lobby italoamericana, ma erano interessati a conservare e rafforzare l’amicizia con Tito; i francesi – più “favorevoli” alla soluzione italiana – erano messi da parte nelle trattative perché troppo disallineati.
La conferenza di Londra, convocata in fretta e furia per risolvere la tensione, vide un ministro inglese Eden molto accondiscendente nei confronti di Tito, tanto da venire accusato dall’ambasciatore Mallet di arrendevolezza, e si concluse con un sostanziale invito alla calma; per tutta risposta il governo italiano mosse altre divisioni vicino al confine, attivò le procedure di guerra nelle comunicazioni e inviò il capo partigiano Enrico Martini Mauri con un carico di armi in città, a organizzare la resistenza a un’invasione slava ritenuta sempre più probabile. A Trieste intanto crescevano le tensioni, e i partiti italiani organizzavano anche militarmente le proprie strutture in vista dell’evento. Fra essi, risulta particolarmente interessante il comportamento del Partito Comunista del TLT; dopo la guerra questo partito infatti era stato il più importante sostenitore della politica titina su Trieste: la posizione ufficiale del PCVG (Partito Comunista della Venezia Giulia) dopo il 1945 era stata favorevole all’annessione di Trieste alla Jugoslavia, per permettere al blocco sovietico di espandersi il più possibile. Ma in seguito allo scisma fra Tito e Stalin del 1948, anche il PCVG si era diviso in due partiti: uno capeggiato da Branko Babič, fedele a Tito e favorevole all’annessione alla Jugoslavia, e l’altro guidato da Vittorio Vidali, rimasto nel Cominform, che non potendo più sostenere l’opzione titina né quella occidentale si spostò sulla tesi indipendentista.
Durante la crisi del 1953 tuttavia, con l’armata jugoslava schierata a pochi chilometri da Trieste, Vidali dovette abbandonare l’indipendentismo e prendere posizione: lo fece il 21 ottobre in una conferenza stampa. Insolitamente nervoso, come ebbero a notare i commentatori abituati a conoscerlo come uomo «sornione e bonario», dopo aver aperto anche all’ipotesi di plebiscito Vidali aveva proposto un’alleanza con tutti i partiti italiani – MSI escluso – contro la spartizione del TLT. Inoltre, nel rispondere alla domanda di un corrispondente jugoslavo che gli chiedeva come si sarebbero comportati i comunisti di Trieste in caso di invasione della Zona A da parte dell’armata jugoslava, Vidali disse: «Combatteremmo contro i titini. Gli jugoslavi muoiono dalla voglia di vederci tutti impiccati e ce lo dicono ogni giorno sui loro giornali e in cento altri modi: ma noi non abbiamo voglia di morire impiccati né abbiamo intenzione di andarcene dalle nostre case. Quindi non ci resterebbe che di difenderci» Interrogato poi circa la condotta che i comunisti avrebbero tenuto in caso di invasione italiana, Vidali rispose: «L’Esercito italiano non ha mai detto di volerci impiccare. In regime civile e democratico noi continueremo la nostra lotta con metodi civili e democratici».
Gli incidenti. Fu in questo clima che maturarono i noti incidenti del novembre 1953. L’occasione come è noto fu data dal comportamento di alcuni ufficiali inglesi, che diedero vita a provocazioni incomprensibili, scatenando l’esasperata reazione italiana che permise a Winterton di inaugurare il famigerato Nucleo Mobile, creato per l’occasione in previsione (o in preparazione) degli incidenti. Il clima era stato preparato dunque dalla Nota Bipartita, che aveva avuto l’effetto di frustrare definitivamente le ambizioni italiane mostrando il forte peso assunto da Tito e la sua capacità di fermare le iniziative diplomatiche alleate; era poi stato peggiorato dalla condotta di Winterton, il quale aveva permesso le manifestazioni jugoslave in barba al proprio stesso divieto, tollerando le continue aggressioni da parte di agitatori jugoslavi in città e nei comuni dell’altopiano carsico. Infine gli animi erano esacerbati dal dramma dell’esodo degli italiani dalla Zona B, abbandonata da 824 persone nel solo periodo dall’8 ottobre al 4 novembre 1953.
La sensazione di una prossima invasione jugoslava pervade la città: si rincorrono segnalazioni alla polizia di movimenti sospetti, di traffico di armi, di infiltrazioni di agitatori nel territorio. I titini in città si erano costituiti in formazioni irregolari sotto un comando militare cittadino alle dirette dipendenze del Comando militare jugoslavo oltrefrontiera. Il collegamento fra i due comandi era responsabilità di Vilkar Sreiko mentre Boris Kraigher era il responsabile politico. Quest’ultimo aveva predisposto un piano per l’occupazione della città attraverso azioni di disturbo che avrebbero aperto la strada alle formazioni volontarie e regolari dalla Zona B e dalla Jugoslavia. Anche Vidali racconterà di come i titini potessero scorrazzare liberamente per la zona assalendo gli italiani per la mancanza di un serio controllo militare: «Approfittando dell’assenza di poliziotti e di soldati in tutto l’altipiano e nella zona del circondario muggesano – poiché i titisti possono infatti tranquillamente, se vogliono, venire fino a Trieste, senza che nessuno li trattenga – squadracce di titisti si sono presentati nei nostri villaggi, hanno insultato le popolazioni, aggredito e tentato l’assalto alle case dei nostri compagni ed amici.» Il 3 novembre il «Primorski Dnevnik» contribuisce a inasprire il clima annunciando un fantomatico tentativo da parte di estremisti italiani di prendere il potere nella zona con un colpo di stato; il susseguirsi di queste voci costringe il GMA a un’allerta costante: il comandante della Polizia civile George Richardson18 ordina l’aumento delle dotazioni antisommossa e il rinforzo delle armerie dei palazzi considerati possibili obiettivi, e con una circolare interna raccomanda ai suoi agenti l’inasprimento delle misure repressive nei confronti di elementi italiani sorpresi a diffondere manifesti o a compiere manifestazioni non autorizzate.
Gli italiani non restano a guardare: De Henriquez annota sul diario il 23 ottobre una notizia appresa dal suo segretario Boico, il quale avrebbe saputo da un tale signor Melissari che «in Monfalcone ed in Udine si starebbero preparando delle squadre costituite da un totale di ca. 2000 elementi per ognuna di queste località – che queste squadre sarebbero organizzate da ex ufficiali dell’Esercito italiano sotto gli auspici di un’associazione di ex combattenti – che da Roma farebbe pervenire le relative armi, ed elemento ricercato per poter appartenere a queste squadre è quello di saper usare armi e che lui stesso era stato incaricato dalla sezione di Monfalcone di quest’associazione di vedere se anche in Trieste sarebbe stato possibile di organizzare un simile genere di squadre. Alla sera del 22.10.53 ha sentito raccontare da un suo conoscente che i vari partiti in Trieste stanno organizzando un simile genere di squadre – che anche queste squadre sarebbero poste sotto al comando di ex ufficiali italiani e che le armi relative si troverebbero già in Trieste».
Intanto i servizi segreti italiani a Trieste organizzano la resistenza. Molti ragazzi triestini vengono portati in appositi campi militari a Monfalcone e in Friuli dove imparano a usare le armi: il Governo italiano informa le autorità angloamericane di queste esercitazioni, assicurando che gli aderenti non si sarebbero mai rivolti contro le truppe angloamericane. Quando dunque come annunciato nei giorni precedenti il sindaco Bartoli espone il tricolore dal pennone del Municipio, per festeggiare l’anniversario del 1918, le conseguenze sono ormai inevitabili: il GMA provvede all’immediato sequestro del vessillo, una provocazione inutile e incomprensibile. Ma il peggio accade quando il giorno dopo, il 4 novembre, l’“autocolonna tricolore” organizzata dalla Lega Nazionale torna dalla visita a Redipuglia e pacificamente sfila per le strade della città. È in questa occasione che gli ufficiali inglesi mostrano il proprio obiettivo provocatore: durante questo corteo pacifico, in occasione di una data simbolica di grande importanza, Winterton decide di ristabilire il divieto alle manifestazioni già disatteso il 14 ottobre, e dà ordine di sequestrare non solo la bandiera dal pennone del Municipio, ma anche quella pacificamente sventolata da uno studente in testa al corteo.
Il maggiore inglese Alworth non se lo fa ripetere due volte: dopo un inseguimento per le strade della città è l’ufficiale in persona a strappare di mano il tricolore al ragazzo, cercando di trarlo in arresto. Ne nascono inevitabili incidenti, che offrono l’occasione per l’entrata in azione del Nucleo Mobile, i cui agenti si accaniscono contro le bandierine italiane piantate fra i tavoli del Caffè degli Specchi in Piazza Unità. Guidati dal famigerato ispettore capo Donati –frequentatore di ambienti sloveni e di oltreconfine – questi agenti si fanno subito notare per la particolare durezza con cui intervengono contro i manifestanti, che disperdono a colpi di manganello distribuiti indiscriminatamente e con il getto dell’idrante: vengono colpite anche donne e passanti che aspettano il passaggio del tram alla fermata. L’ispettore capo Donati si distingue per la durezza: dopo aver caricato e disperso la folla di piazza Unità ordina ai suoi agenti di compiere una carica anche contro alcuni curiosi che sostavano sul marciapiede e persino contro i cittadini che sedevano al Caffè degli specchi.
Le provocazioni continuano: il giorno dopo il Nucleo Mobile si distingue per violenza in Piazza Sant’Antonio, dove Donati ordina la violazione della chiesa e dove viene presa l’incomprensibile decisione di aprire il fuoco contro la folla inerme di studenti delle scuole medie superiori. Con i primi morti la situazione degenera definitivamente: il 6 novembre tutta la città è attraversata da migliaia di persone decise a raggiungere Piazza Unità e assaltare la Prefettura, sede della Polizia Civile. I manganelli non bastano più: il nucleo mobile si ritira nel proprio edificio e tenta una difesa da quello che si configura come un vero e proprio assalto organizzato, frutto dell’esasperazione della popolazione di Trieste, la cui determinazione rappresenta l’incognita imprevista da qualunque agitatore inglese o jugoslavo. Neppure la sparatoria indiscriminata riesce a fermare l’assalto: dopo aver ucciso 4 persone e ferite decine, gli inglesi sono costretti a ritirarsi dalla piazza lasciando il posto ai colleghi statunitensi, mentre il Nucleo Mobile è decimato dalle diserzioni e da un vero e proprio ammutinamento, che porta Winterton a decidere il ritiro nelle caserme.
Una regia dietro gli scontri? Appare dunque probabile come l’Inghilterra abbia avuto un ruolo attivo nella crisi del 1953, prima con la provocazione della Nota Bipartita e con la condotta coloniale nella gestione della piazza, il cui fine non risulta altro che quello di accelerare lo svolgersi degli eventi, più che evitarli. Risulta tuttavia indubitabile come diversi attori occulti abbiano giocato un ruolo nella provocazione di incidenti, il cui fine ultimo potrebbe forse essere stato quello di creare le condizioni per una degenerazione da parte italiana, che avrebbe offerto l’alibi agli inglesi per stigmatizzare l’irresponsabilità del governo italiano e a Tito per invadere la Zona A e procedere a una politica del fatto compiuto. È oramai accertato il coinvolgimento di elementi provenienti dalle bande di Cavana e del Viale nei torbidi: alcuni di essi sarebbero stati prezzolati per trasformare le manifestazioni spontanee in incidenti di una certa gravità, forse al fine di far degenerare la situazione e permettere così l’intervento risolutore delle forze armate slave.
Da anni infatti le bande di Cavana-Cittavecchia e del Viale esercitavano un ruolo fondamentale – nel bene e nel male – nella propaganda per l’italianità di Trieste del secondo dopoguerra. L’Associazione Democratica Difesa Italiana, meglio nota come Circolo Cavana, con il motto «Tutto per la Patria», era ad esempio regolarmente finanziata dall’Ufficio Zone di Confine della Presidenza del consiglio che si serviva della banda per organizzare manifestazioni di italianità in città, come dimostra un appunto segreto inviato all’UZC dalla Missione Italiana di Trieste il 17 aprile 1952 (un mese dopo i famosi incidenti di piazza).
Il coinvolgimento delle bande di Cavana nei tre giorni del novembre 1953 portò l’Inghilterra ad accusare il Movimento Sociale Italiano di essere il responsabile degli incidenti, accusa che si incaricò di smontare Vidali stesso, sottolineando come fra i manifestanti «ci sono pure compagni nostri». In verità le manifestazioni sono state indubbiamente spontanee e di popolo, partecipate da un gran numero di cittadini e causate prima dalla assurda scelta di vietare l’esposizione del tricolore dal pennone del Municipio e poi dall’accanimento della polizia nei confronti dello stesso vessillo e degli stessi manifestanti durante le manifestazioni del 4 novembre e del 5 novembre. Come si concilia dunque il carattere spontaneo delle manifestazioni con la sicura presenza di agitatori? A nostro parere la verità va ricercata ancora nelle parole di Vidali, di cui lo stesso De Castro si dice convinto che sappia più cose di chiunque a riguardo.
In un articolo pubblicato il 7 novembre 1953 il capo comunista si interroga su chi può aver tratto vantaggio da simili incidenti: secondo lui sarebbero stati soltanto i titini, che avrebbero incassato la sostanziale sospensione della Nota Bipartita e la crescita di risentimento da parte degli inglesi, che da allora avrebbero avuto molte più occasioni di accusare gli italiani di filofascismo e di sostenere che Trieste in mano italiana sarebbe stata nelle mani di fascisti e antislavi. Vidali arriva ad affermare che, per questo, negli incidenti si sarebbero intrufolati provocatori della polizia segreta jugoslava: «I titisti cercarono invano il morto o i morti da poter agitare in Jugoslavia per imbestialire il nazionalismo slavo. Essi preparano la marcia su Trieste e noi lo sappiamo. (…) Non è un segreto per nessuno che essi hanno la quinta colonna a Trieste, organizzata, armata, con il suo stato maggiore ed il suo servizio di informazione.(…) Sono cose che noi abbiamo detto e ripetuto sulla nostra stampa; sono cose per le quali noi comunisti ci siamo preparati e non c’è nessun avvenimento che possa distoglierci da questo nostro compito fondamentale.(…) I titisti sono contenti: essi pensano che questi avvenimenti accentuano il carattere anti-italiano e filotitino delle autorità di occupazione. Sono contenti perché pensano che i gruppi di assalto che dovevano lottare contro di loro si stanno logorando in una lotta di strada contro i “cerini” e pensano che questi gruppi fascisti si lanceranno più tardi anche contro i comunisti (…). Ad ogni modo noi possiamo affermare che negli attuali avvenimenti i titisti sono intervenuti, si sono inseriti nelle manifestazioni ed hanno svolto il loro lavoro di provocazione, di aizzamento. Probabilmente la polizia potrebbe dare qualche utile informazione».
L’ipotesi, che sulle prime sembra irrealistica, trova in realtà importanti elementi di sostegno: innanzitutto nell’archivio del Ministero dell’Interno è possibile trovare una segnalazione inviata dalla polizia qualche settimana dopo gli scontri nella quale si denunciava la presenza di alcuni giovani che si erano rifugiati a Roma da Trieste dicendo di aver avuto parte attiva negli incidenti e cercando di cambiare in lire ingenti somme di valuta jugoslava. Inoltre un’informativa riportava come il 7 novembre, il giorno dopo gli incidenti, i maggiori esponenti filo-titini del TLT (Leopoldo Skerk, Alfonso Skabar e Stanislao Bolf) attraversassero il confine per partecipare ad una riunione in Jugoslavia.
Infine De Castro fa notare come un’agenzia di stampa jugoslava avesse previsto nel dettaglio gli scontri, e di come in piazza si aggirasse un «noto ufficiale jugoslavo in borghese, con alcuni uomini». Aggiungiamo a questi elementi che il famigerato ispettore Donati, dopo gli scontri, volerà immediatamente a Londra in segreto con un maggiore inglese a riferire circa le tre giornate, e intreccerà poi assidui contatti con la Jugoslavia tanto da essere arruolato nella polizia jugoslava dopo il passaggio di Trieste all’Italia.
Non si tratta quindi di affermare che gli incidenti siano stati organizzati dagli jugoslavi, quanto piuttosto di interpretare questa storia come il punto di intersezione fra assi provenienti da direzioni molto differenti fra loro. Pochi giorni dopo gli incidenti, un gruppo di ragazzi fu visto circondare, presso i portici di Chiozza, un distinto signore chiedendogli i soldi promessi come ricompensa per aver partecipato ai torbidi e minacciandolo altrimenti di rivelare tutto alle autorità del GMA. Questi si sarebbe smarcato rispondendo che il comitato non aveva ancora ricevuto il danaro, che sarebbe arrivato quanto prima. Ma quando i ragazzi si erano presentati a De Castro per lo stesso motivo, quest’ultimo aveva risposto di non sapere nulla di questi finanziamenti promessi.
D’altronde Winterton stesso dirà a De Castro di avere avuto conferma che dei soldi erano stati dati alle bande di Cavana, ma di sapere per certo che non provenissero dal Governo italiano.Forse possiamo dedurre che un agente jugoslavo abbia avvicinato qualche elemento incontrollabile delle “Bande” magari spacciandosi per un rappresentante del Governo italiano: facendo facilmente leva sulla buona fede e sulla sincerità dei sentimenti nazionali dei ragazzi, li avrebbe forse convinti a far sì che le manifestazioni spontanee degenerassero in violenze,promettendo anche una ricompensa che poi avrebbe realmente pagato in soldi jugoslavi per evitare che la storia uscisse fuori. D’altronde Stočka aveva affermato che i titini avevanoinfiltrati in tutte le organizzazioni italiane, dal MSI al Circolo Studenti Medi, dal Partito socialista al Comitato per la difesa dell’italianità dell’Istria, e quindi sicuramente anche nelle Bande.
Certo è che l’eventuale presenza di qualunque tipo di agitatore non riguarderebbe né i caduti, né la stragrande maggioranza di coloro che a migliaia parteciparono a quelle giornate che la città ancora ricorda con emozione, ma metterebbe piuttosto in luce la presenza di qualche personaggio oscuro disposto a speculare e a trarre vantaggio dal loro entusiasmo. D’altronde il carattere popolare e nazionale di quelle giornate non è oggettivamente in discussione. Al di là di qualsiasi eventuale speculazione esterna, le manifestazioni che attraversarono Trieste nelle giornate dal 3 al 6 novembre 1953 rappresentarono, a tutti gli effetti, un moto di popolo genuino, condiviso dalla stragrande maggioranza della popolazione che ovunque improvvisò cortei, scioperi e manifestazioni per ribadire il proprio buon diritto a sventolare la bandiera tricolore.
Quel carattere spontaneo e nazionale che è alla base della concessione della medaglia d’oro
alla memoria alle vittime delle due giornate, e che forse ha rappresentato l’incognita imprevedibile in grado di far saltare i torbidi piani di chi sperava di trarre vantaggi sulla pelle dei ragazzi ignari. I sei caduti di quelle giornate furono quindi le vittime di una partita giocata da qualcuno con cinismo e spregiudicatezza: scesi in piazza per chiedere la restituzione di Trieste alla MadrePatria furono uccisi da piombo inglese durante disordini probabilmente aizzati da agenti titini. E proprio per questo, mossi da un sincero amor di patria, Antonio, Erminio, Francesco, Leonardo, Pierino e Saverio sono a pieno titolo gli ultimi caduti per la libertà di una città italiana occupata da un esercito straniero: gli ultimi martiri del nostro Risorgimento nazionale.
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