di Massimiliano Scarabeo

La città di Arsia fu costruita in soli 18 mesi dal governo italiano in Venezia Giulia, in base al progetto dello studio Pulitzer di Trieste (architetti Pulitzer, Ceppi, Finali, e gli sloveni Zorko Lah e Franjo Kosovel): fu inaugurata il 4 novembre 1937. Si trattava della prima città a carattere minerario progettata e costruita dal governo italiano pro tempore e a essa seguì Carbonia in altra regione italiana. Sorse in una zona appena bonificata, con la regolamentazione del torrente Carpano e il prosciugamento del lago omonimo, per favorire l’insediamento delle famiglie dei minatori impiegati nello sfruttamento delle vicine miniere di carbone.

L’abitato, d’impronta razionalista, fu dotato dei principali servizi a favore della popolazione residente: scuole, un ospedale, un campo sportivo, un ufficio postale, un cinema e un albergo. La chiesa, dedicata a Santa Barbara, patrona dei minatori, è opera, come il municipio, dello stesso Pulitzer Finali. Si presenta con la forma di un carrello da minatore rovesciato mentre il campanile ricorda le lampade impiegate in miniera.

Arsia (già nel 1936 aveva 6.978 ab.) fu costituito con un territorio comunale di 74,00 km² (con parti dei municipi di Albona e di Barbana d’Istria) quando fu eretta in comune autonomo nel 1937 contava circa 10.000 abitanti e lo sfruttamento delle miniere di carbone era al culmine, con 160 chilometri di gallerie già scavate che raggiungevano anche i 350 metri di profondità.

Dal 1943 al 1945 venne occupata da una guarnigione della Germania nazista. Venne poi presa dai partigiani comunisti iugoslavi capitanati da Tito dietro indicazioni precise di Togliatti che aveva dato ordine ai partigiani comunisti italiani di collaborare col nemico in modo da consegnare più territorio italiano possibile al neonato Stato socialista jugoslavo dato che l’Italia non avrebbe mai orbitato intorno all’URSS.

I partigiani comunisti slavi e italiani, destinarono al lavoro nelle miniere prigionieri politici e condannati ai lavori forzati. Nel dopoguerra avvenne l’esodo della quasi totalità delle famiglie italiane, pur se in larga maggioranza d’estrazione operaia e se molti, almeno inizialmente, avevano guardato con condiscendenza al nuovo ordine del regime comunista iugoslavo.

Annessa alla Repubblica Socialista Iugoslava, nel 1961 vi fu stabilita una colonia di bosniaci che crebbero fino a rappresentare un terzo della popolazione del comune, ma al 2011 sono censiti solo in 190. Mentre la comunità italiana è costituita oggi da una cinquantina di persone.

L’attività estrattiva, già notevolmente ridotta con la seconda metà degli anni sessanta, si concluse definitivamente nel 1992.

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