di Pisandro di Rodi
Il lungo viaggio del prode eroe jelsese è iniziato ormai 100 giorni orsono. Il semidio Piero, con l’aiuto dei giovani compagni di rosso spento vestiti, ha affrontato 12 fatiche di cui vi narreremo le eroiche gesta.
La sua impresa inizia ancor prima del viaggio, quando recatosi in una zona del Contado di Molise. Chiamata Aesernia ( o più comunemente ‘Sernia), ne scopre la bellezza e intravede l’opportunità di alloggiarvi in eterno; per farlo però necessita di sconfiggere un leone gigantesco e feroce, che aveva la pelle invulnerabile e conosciuto dagli indigeni pentri con il nome di Gabri (Ghebri). Il prode Piero lo affrontò, ma non potendolo colpire con l’arco e la clava, lo cacciò dentro una grotta. Qui, dopo una terribile lotta corpo a corpo, lo soffocò tra le braccia. Con la sua pelle fece un vestito che indossa quotidianamente.
Andando avanti nel suo viaggio, Piero si ritrovò a Palazzo San Francesco, dove viveva un grosso drago a nove teste, di cui una immortale: la terrificante Giunta di Lerna. Piero l’affronto impugnando la sua spada Tibaldi Fulgor Nocturnus, ma con suo grande stupore vide che ad ogni assessorato assegnato spuntavano due nuovi richiedenti. Allora ricorse al fuoco: con tronchi infuocati nominò tutti gli assessori contemporaneamente. Ne rimaneva solo una, quella immortale: ma nominò anche il pelide d’Achille con un colpo di Tibaldi e le assegnò le deleghe più congeniali alla sua famiglia.
Giungiamo ora alla terza fatica: la lampadina di Erimanto. ‘Sernia aveva perso la sua pace a causa di una lampadina fulminata da anni, che rendeva buia una strada secondaria. Ma Piero non si fece intimorire e grazie all’aiuto del fido Umberto, inseguirono un operaio dell’ufficio tecnico per boschi e crepacci, fino ad arrivare al Monte Lux, dove convinsero l’operaio a svitare la lampadina e, caricandosela sulle spalle, la portarono in un negozio per sostituirla con una nuova e funzionante.
La quarta fatica è quella della cerva del monte Ruggero. A ‘Sernia, sul monte Ruggero, i cacciatori Giuseppe e Bruno inseguivano, seppur non l’avessero mai vista, una cerva dalle corna d’oro, senza riuscire mai a raggiungerla. La cerva era sfuggente tanto che in molti dubitavano della sua esistenza. Sulle sue tracce si misero anche due cecchini, Scarabeo e Barone, che provarono a staccarle la testa con un’”Azione” di squadra. Ma il nostro eroe Piero inseguì la cerva senza mai riposarsi per una settimana intera e quando la raggiunse presso un bar all’ora dell’aperitivo, riuscì a farla dimettere da ogni incarico politico e, con delle fette di prosciutto, rese ciechi i suoi amici cacciatori.
Le imprese di Piero non finiscono qui, il semidio non ha il tempo di riposarsi che subito deve affrontare la sua quinta fatica: gli uccelli di Umberto. Sui social network di Umberto, in Aesernia, abitavano degli uccelli che avevano le ali, il becco e le penne di bronzo. Si servivano delle loro penne come frecce, per uccidere e divorare ogni essere vivente che osasse criticarli. L’ultimo attacco in ordine cronologico lo riporto qui testualmente: “La vera perdita di tempo sono state le dichiarazioni egocentriche di chi non avrebbe titoli per parlare, commentare, giudicare, e invece parla, commenta e giudica. Le chiacchiere inutili, i rimproveri arrivati da chi nell’armadio non ha gli scheletri, ma un intero ossario, memorie da pseudo-statisti formato social, parole fini a se stesse, formulate senza uno scopo nobile, ma solo per dire a tutti “Oh, io esisto”. Di quello avremmo fatto volentieri a meno, ma se è stato l’unico modo per far capire a tutti che “Oh, io esisto” comprendiamo anche quello, sorridiamo e andiamo avanti.”. La penna dell’uccello non perdona, dimenticando però che egli stesso, fino a 101 giorni fa, perdeva tempo allo stesso modo. Allora Piero intervenne, sguinzagliando anche gli amici per creare l’effetto piramidale a sostegno degli uccellacci, i quali rigonfi di saccenza continuarono ad autoincensarsi.
Siamo giunti a metà del viaggio e siete pronti per leggere la fatica del cinto di Unesco. Per accontentare Maurizio, figlio del re Merletto, che desiderava il ricco cinto d’Unesco, re dei Patrimoni immateriali, Piero intraprese una guerra contro quel popolo di donne bellicose che vivevano cavalcando nella regione del Mar Tummeriegl’: le pizzigliare. Ercole fece una strage, uccidendo anche Unesco: poté così venire in possesso del cinto.
La settima fatica è quella della pulizia delle stalle di Luca. In Stanzino c’era un re di nome Luca che teneva nelle sue stalle migliaia di buoi. La pulizia in queste stalle lasciava molto a desiderare e tutta la regione era appestata da un insopportabile odore di letame. Piero fu incaricato di pulire le stalle in un giorno. Come fare? Il nostro amatissimo eroe deviò l’attenzione del fiume della consapevolezza e fece passare le stalle del re lercio per splendenti.
Nella successiva impresa il nostro eroe non dovette uccidere nessuno. Il suo compito era quello di catturare vivo il toro di Creta: un toro che Antonella, il dea dello sport, aveva regalato a ‘Sernia. Piero la inseguì per tutta la città e lo catturò trattandolo come un capretto: lo avvolse in una rete, se lo mise sulle spalle e attraversò a nuoto la Fontana Fraterna illuminata di Rosa, gridando che il toro lo aveva regalato lui alla città Pentra.
Terminata anche questa difficilissima fatica, Piero decise di affrontare i cavalli di Sara.
Sara, regina magrebina, aveva la crudele abitudine di nutrire i suoi possenti cavalli con carne umana. Ogni straniero che capitava nei paraggi finiva nelle mangiatoie di rame dei cavalli. Piero, prima di tutto, la fece candidare alle Provinciali dove venne divorata dai suoi cavalli, poi attaccò con una lunga fune quei corsieri e li portò in via Berta.
Siamo quasi giunti alla fine di questo straordinario viaggio. La decima difficilissima fatica di Piero furono i buoi di Micaela. Ella era un mostro con tre teste che abitava nell’isola Riccia situata in mezzo alla provincia di Campobasso: possedeva bellissimi buoi rossi che erano custoditi da un gigante di nome Vittorino e da un cane con due teste che si chiamava Vincenzino il portaborse. Di questo gregge doveva impadronirsi Piero. Giunto nello stretto di Cantalupo, Piero piantò su ciascuna delle sponde una colonna in segno del suo passaggio. Approdato nell’isola, l’eroe affrontò e uccise con facilità il gigante Vittorino, il cane con due teste e il mostro Micaela, guadagnando così la possibilità di una candidatura alle prossime regionali: per sé o per qualche caro amico.
Nella vallata del venafrano si trovava un meraviglioso giardino abitato dalle Cotugne, figlie della stella della sera. È qui che l’infallibile semidio affrontò la sua penultima fatica: i pomi d’oro. Sugli alberi di quel parco crescevano dei frutti d’oro. Piero doveva impadronirsi di alcuni di quei frutti, ma non sapeva dove si trovasse questo giardino. Si rivolse ad Aldo, un dio marino che aveva la facoltà di trasformarsi e da lui si fece indicare la strada da percorrere per raggiungere il regno delle Cotugne. A guardia di quel giardino c’era però un dragone dalle cento teste, che diede filo da torcere all’eroe. Il drago alla fine fu ucciso e Piero poté dialogare con le Cotugne, per provare a tornare a casa con i pomi d’oro, indispensabili per le prossime regionali.
L’ultima e più impegnativa delle fatiche fu la cattura di Giacomo perché Piero doveva convocare una conferenza stampa per catturare Cerbero, un mostro metà cane e metà drago, con tre teste. In questa impresa Piero si fece aiutare da Ctrl+C e da Ctrl+V. Arrivato in conferenza stampa, l’eroe si fece ricevere da Ades, il dio del copia/incolla, il quale gli diede il permesso di scopiazzare quanto lasciatogli in eredità da Giacomo purché riuscisse a far passare per proprio tutto l’operato. Piero incatenò l’opposizione dormiente e fece la conferenza stampa senza che alcuno gli contestasse nulla, riuscendo nella improba impresa di far passare per proprio il lavoro di altri.
La lunga storia di Piero finisce nell’Olimpo, dove egli visse con gli immortali.






























