di Luigi Venditti 
Nel 1711 l‘Arcivescovo di Benevento, Cardinale Orsini, futuro Papa Benedetto XIII, restava a lungo ospite nella casa di Carlantino (FG) della famiglia Josa. Il magnifico Giuseppe Josa di Carlantino era avvocato fiscale, banchiere e vicario amministratore del Regio Demanio di Campobasso. Figlio di Giovanni (nato nel 1671 e morto nel 1714) e di Angela Orsi, nasceva a Carlantino il 23 Febbraio 1699, dove moriva il 29 Aprile 1776. Sposava il 18 Giugno 1720 Eleonora Pinto. Il Demanio Regio era, per la dottrina giuridica meridionale, il patrimonio della Corona che non era stato oggetto di alienazione o di concessione. In questo senso il termine demanium era riservato dalle fonti legislative ai beni non concessi in feudo. Giuseppe Josa svolse la prestigiosa ed influente funzione di reggente della Vicarìa di Campobasso in un momento storico delicato per la vita di questa città. Infatti, Marcello Carafa, erede del duca Mario Carafa, da poco era entrato in possesso dei feudi di Jelsi e di Campobasso. Si trattava di un’eredità gravata da moltissimi debiti, che si aggiravano complessivamente intorno ai 70-80.000 ducati. L’apprezzo dei beni feudali, fatto dal Regio ingegnere Giuseppe Stendardo alla morte di Mario Carafa, risultava essere di 29.318 ducati per il feudo di Jelsi e di 102.841 ducati per il feudo di Campobasso. Per questi motivi, nel 1738, i cittadini di Campobasso si ribellarono e chiesero l’annessione della loro città al Demanio Regio, dichiarandosi pronti a pagare il valore stabilito dall’apprezzo. In pratica, un buon numero di borghesi campobassani decise di sfidare il possidente Marcello Carafa, esercitando il diritto di prelazione e cioè offrendo alla Regia Corte la stessa somma per far sì che la città diventasse demaniale e, una volta dipendente direttamente dal potere Regio, potesse essere ricomprata – come consentiva la legislazione vigente – dagli stessi cittadini con il proprio denaro. La causa venne risolta nel 1740 in favore della città molisana, nonostante la dura opposizione del duca Marcello Carafa, rimasto nel frattempo feudatario di Jelsi. Così il 04 Marzo 1742 la comunità di Campobasso riscattava la città e si liberava definitivamente dal feudatario Carafa, eleggendo un semplice cittadino a tutela della vita della collettività: Salvatore Romano, contadino di umili origini, garante di una discendenza di ben dodici figli maschi. I cittadini demanisti di Campobasso, finanziati anche dal Banco Josa, anticiparono in questo modo sia la rivoluzione francese che la successiva abolizione della feudalità del 1806. Tra i successori di Giuseppe si distinguevano nel 1700 i figli Michele e Nicola Josa, entrambi banchieri. Il primo era dotto giureconsulto e avvocato napoletano, il secondo noto dottore in filosofia e medicina. Giuseppe Josa, primo figlio di Michele, era medico in Campobasso. Giambattista Josa, fratello di Giuseppe, era dottor fisico di Scuola Salernitana, protomedico di Campobasso, capitano della Guardia Civica e sindaco di Carlantino, in provincia di Foggia, nel 1813, nel 1827 e nel 1830. Nicola Josa di Michele, nato nel 1786, era medico e sindaco di Carlantino nel 1838 e nel 1848. Elisabetta Josa, figlia di Nicola e di Anna Maria Marsico, era la bisnonna paterna di Donato Menichella, direttore generale dell’IRI e governatore della Banca d’Italia dal 1948 al 1960. In merito all’attività di banchiere di Giuseppe Josa si menzionano i suoi “Libri di conti 1713-1776”, custoditi nell’Archivio di Stato di Campobasso e di Lucera (FG), nonché nell’antica libreria della casa Josa di Carlantino. I “Libri di conti”, continuati anche dal figlio Michele Arcangelo Saverio Josa, erano attinenti ai prestiti elargiti, con un tasso di interesse che oscillava dal 3% al 8%, dalla stessa famiglia Josa a persone della Puglia, del Molise e della Campania. In particolare, il dottor Giuseppe Josa, iniziatore dell’attività bancaria in famiglia, espletava la sua azione di prestiti finanziari ad iniziare dal 1713, all’età di appena 14 anni, fino alla sua morte, avvenuta nel 1776. La sua attività di banchiere, esercitata ancora in assenza di un solido sistema bancario, spaziava in un’area territoriale molto vasta, che comprendeva Carlantino, Celenza Valfortore, Macchia Valfortore, Casalnuovo Monterotaro, Castelnuovo della Daunia, Castelvetere in Val Fortore e Campobasso, località un tempo in provincia di Capitanata, implicando rapporti intensi non solo con il potere economico, ma anche con quello politico-amministrativo. Tutti i prestiti a favore della gente comune, dei potenti dell’epoca e dei cittadini demanisti di Campobasso, venivano elargiti dal Banco Josa a mezzo di atti notarili che tuttora sono reperibili negli Archivi di Stato della Capitanata e del Molise. Nel periodo del “decennio francese”, durante il Regno di Giuseppe Bonaparte, fratello maggiore di Napoleone, sul trono napoletano dal 1806 al 1808, oltre alla creazione di nuovi organi istituzionali tra cui il Consiglio di Stato, furono emanati provvedimenti legislativi di particolare importanza, tra cui il Decreto di eversione della Feudalità, con il quale furono abolite tutte le istituzioni feudali. Il sistema feudale che si era diffuso nel Regno di Napoli molto più tardi rispetto all’Italia settentrionale veniva considerato come uno dei maggiori ostacoli alla rigenerazione dello Stato: la sua abolizione, pertanto, si rendeva necessaria per il processo di riforma del sistema finanziario e fiscale e per rendere uniforme l’amministrazione dei Comuni. Con la promulgazione della Legge 02 Agosto 1806 sull’Abolizione della Feudalità, la famiglia Josa perdeva – in poco tempo – una parte dell’immensa fortuna economico-finanziaria derivante principalmente dall’attività bancaria svolta in oltre un secolo di storia, atteso che molti debiti contratti regolarmente dalla gente vennero cancellati con la ristrutturazione amministrativa napoleonica, la quale nel 1806 aveva anche spostato il capoluogo provinciale di Capitanata da Lucera a Foggia e aveva dato autonomia amministrativa al Contado del Molise, elevando Campobasso a capoluogo provinciale. M. Palumbo, I comuni meridionali prima e dopo le leggi eversive della feudalità: feudi, università, comuni, demani, 2 Volumi, Cerignola 1910-1916, Ristampa anastatica, editore Arnaldo Forni, Sala Bolognese 1999. A. Perrella, L’eversione della feudalita nel napolitano: dottrine che vi prelusero, storia, legislazione e giurisprudenza, Tip. De Gaglia & Nebbia, Campobasso 1906, Ristampa anastatica, editore Arnaldo Forni, Sala Bolognese 1974. R. Trifone, Feudi e demani. Eversione della feudalita nelle provincie napoletane: dottrine, storia, legislazione e giurisprudenza, Società editrice libraria, Milano 1909. Pasquale Villani, Mezzogiorno tra riforme e rivoluzione, Laterza, Bari 1962. Pasquale Villani, La feudalità dalla riforme all’eversione, in «Clio», 1965, pp. 600–622. In merito all’attività di banchiere di Michele Arcangelo Saverio Josa si menzionano gli “Atti e Libri 1776-1821”, custoditi nell’Archivio di Stato di Campobasso e di Lucera (FG), nonché nell’antica libreria della casa Josa di Carlantino. Gli “Atti e Libri 1776-1821” intitolati “Nec prece nec pretio”, sono relativi alla sua attività di banchiere. Essi, per la loro importanza storica, sono stati ristrutturati e microfilmati dallo Stato Italiano. Negli anni 1780 e 1781, Filippo Mazzaccara, figlio del marchese Carlo Mazzaccara, chiedeva e otteneva in prestito, con le dovute garanzie vantate sul Feudo di Celenza, dall’avvocato Michele Arcangelo Saverio Josa la somma complessiva di mille ducati d’argento. PP. 206-207 Capitolo IX – Acquisto del Feudo di Celenza da parte della famiglia Donnarumma. Fine della Feudalità con la famiglia Giliberti nella terra di Celenza e Casale di Carlentino – in Carlantino tra storia e cronaca, nel contesto dell’antica Apulia e della Valfortore dalle origini alla metà del XX secolo di Angelo Coscia – Tipografia “San Giorgio” Editrice, Campobasso 1997.
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