Il 23 luglio del 1993, il “contadino di Ravenna”, com’era soprannominato, si uccide con un colpo di pistola. Un libro (per Solferino) ricostruisce quei fatti, con documenti inediti. «Ho sottovalutato forza e astio dei miei avversari», scrive il manager nell’inverno 1990
Raul Gardini si è ucciso con un colpo di pistola la mattina del 23 luglio del 1993 a Milano. Trent’anni fa. Alle 11 di quel giorno avrebbe dovuto incontrare Antonio Di Pietro, magistrato della procura milanese, in una caserma della Guardia di finanza. Di Pietro si aspettava che parlasse delle tangenti pagate ai partiti nell’affare Enimont-Montedison. Gardini temeva di finire in carcere. Prestissimo, quella mattina come d’abitudine aveva dato un’occhiata alle prime pagine dei giornali. Chino sulla scrivania, i capelli ancora arruffati, Gardini legge. E ne resta turbato. I quotidiani riportano l’interrogatorio del manager della Montedison, Giuseppe Garofano. Racconta di Enimont, delle tangenti pagate, delle modalità, dei fondi extracontabili. Ai magistrati spiega il ruolo avuto da Gardini. Il “contadino di Ravenna”, come era stato soprannominato, si chiude in camera. Sarà il maggiordomo a notare la macchia rossa sul cappuccio del suo accappatoio di spugna. Gardini era disteso sul letto. Dalla sua bocca scendeva un rivolo di sangue.
Una giornata chiave, a Venezia
Un passo indietro. Tre anni prima. È una giornata d’inverno del 1990. Un vaporetto scivola sul Canal Grande e sbuca dalla nebbia. Gardini osserva il vaporetto dalle finestre di Ca’ Dario, il palazzo rinascimentale che aveva acquistato nel 1986. Fuma una sigaretta. La vista sul Canal Grande è splendida. Ma sul volto dell’imprenditore c’è come impressa l’aura di quegli eroi che la monotonia dei giorni e i semplici piaceri della vita uccidono più di qualunque malattia. Gardini è sofferente. Gli strascichi della vicenda Enimont (la joint venture pubblico-privata) sono ancora vivi. La sconfitta subita è un macigno. Credeva di poter diventare il padrone della chimica mondiale. Invece la partita ingaggiata con i partiti che stavano al governo, Dc e Psi, è finita quando ha ceduto il 40% di Enimont, di proprietà Montedison, all’Eni al prezzo di 2800 miliardi di lire. Così si ritrova nel palazzo sul Canal Grande, in quella grigia e fredda mattinata veneziana, a dover fare i conti con sé stesso. Impresa umana tra le più difficili da affrontare.
Una vita vera, e da romanzo
La descrizione potente di quella giornata è minuziosamente riportata in un capitolo del libro appena uscito e dedicato alla figura del «contadino» di Ravenna. Il libro dal titolo Di vento e di terra è stato scritto da Andrea Pasqualetto e Lucio Trevisan. I due autori hanno ricostruito la vita vissuta da Gardini attraverso carte d’archivio, documenti inediti, testimonianze di magistrati, avvocati e manager dell’epoca, frammenti autobiografici ricavati dai suoi diari, dalle confidenze fatte ai suoi amici, dalle lettere scambiate con i familiari. Una biografia intrecciata alla realtà politica e sociale dei rampanti anni 80. Tuttavia il libro è anche la fenomenologia di un personaggio per certi versi romanzesco. Legato a un’epoca precisa, tanto ambizioso quanto spericolato, visionario, disposto a tutto, che del contesto non gli importa nulla se non raggiungere gli obiettivi che si è dato, il potere e il successo. Ma che quando si avvicina al cielo e sta per toccarlo inciampa e cade. Il compito che si sono dati gli autori del libro è far parlare le persone che hanno conosciuto Gardini e hanno vissuto da vicino l’epopea. La sua traiettoria. L’ascesa e la caduta.
La caduta dell’uomo immagine
C’è un passaggio chiave di questa parabola. Ed è lo stesso Gardini che ne parla, con il suo linguaggio semplice, privo di orpelli. Quando il potente imprenditore si rende conto che il terreno sta franando sotto i suoi piedi, convoca il suo fedele amico Angelo Vianello, un vecchio marinaio di Pellestrina che parlava solo in dialetto veneto. «Sai cosa mi diceva mio suocero Serafino? Fatti un nome e poi puoi anche pisciarti addosso, diranno che hai sudato. E sai cosa aggiungo io? Quando cadi diranno che hai pisciato anche se hai sudato». Gardini era caduto. Ed era sudato. Eppure, da un giorno all’altro, il contadino di Ravenna era diventato un’icona della libertà di azione, del successo glamour, della fortuna che si conquista con la tenacia, della volontà come valore assoluto. Piaceva ai giornalisti, piaceva alla gente comune, alle donne. Aveva monopolizzato l’attenzione dei media di mezzo mondo a colpi di scalate in Borsa, acquisizioni societarie e clamorose vittorie in mare con il «Moro di Venezia». Era il personaggio di un romanzo che sapeva raccontare la sua vita. E la sua vita era appassionante. Finché non è caduto.
La resa
Fa un certo effetto leggere i frammenti del dialogo che fa con sé stesso a Ca’ Dario, in quella giornata di freddo e di nebbia. Si chiede: «È giusto il prezzo che si paga all’azzardo?». Si dà una risposta: « Mi sono cullato nel mito della mia invincibilità, sottovalutando la forza e l’astio degli avversari che spuntavano da tutte le parti». Parole che sanno di resa. Che preannunciano i passaggi successivi, che lo porteranno la mattina del 23 luglio di tre anni dopo a uccidersi con un colpo di pistola nell’ abitazione milanese di palazzo Belgioioso. Ma chi erano i suoi veri nemici? Chi ha sottovalutato? I politici avidi di soldi che lui ha foraggiato, violando la legge, per ottenerne favori? Il pool di Mani Pulite che lo ha messo sotto inchiesta? Si, anche. Lui odiava i politici e non aveva molta stima di chi lo aveva inquisito.
AVEVA MONOPOLIZZATO L’ATTENZIONE DEI MEDIA DI MEZZO MONDO A COLPI DI SCALATE IN BORSA, ACQUISIZIONI E CLAMOROSE VITTORIE IN MARE
Il tradimento interno
Ma c’è una ragione che lo tormenta sopra ogni cosa. Ed è la sua famiglia. Il colpo mortale, confida ai suoi amici, lo riceve dal fronte interno. Dal recinto dei suoi affetti. Sono loro i più grandi nemici. Gardini si sente tradito. Nel libro ci sono documenti inediti del doloroso divorzio. Che ha un epilogo: la scarna lettera, datata 12 giugno 1991, con cui Alessandra Ferruzzi, a nome della sorella Franca e del fratello Arturo, lo scaricano su due piedi perché vuole dettare la linea anche dopo la sconfitta e si riprendono le chiavi dell’impero ereditato alla morte del papà Serafino. Durante una passeggiata a Parigi, dove si era ritirato per sbollire l’amarezza e la rabbia, Gardini si sfogherà con l’amico e socio d’affari Vernes: «Io li ho salvati e loro mi hanno rovinato. Mi sono accorto sulla mia pelle che erano dei…». C’è qualcosa di dostoevskiano nella maniera in cui Gardini ripensa alla sua vita e cerca di immaginare quali possano essere state le molle (anche interiori) e le concatenazioni di eventi che hanno spinto così alla deriva la sua vita. Lontana da quella dei Ferruzzi. Pasqualetto e Trevisan ricostruiscono molto bene le tappe di questo conflitto. Serafino, il creatore di un impero fondato sui cereali, muore il 10 dicembre 1979 in un incidente aereo. Aveva 71 anni. Era l’uomo più ricco d’Italia. Raul Gardini aveva sposato la primogenita Idina.
L’origine dell’impero
Serafino lo considerava il suo erede naturale. Gardini ottiene così la delega a rappresentare tutti gli azionisti e a gestire le loro partecipazioni. Assume la leadership del gruppo, senza avere una sola azione della Ferruzzi. Tuttavia ci sa fare. Diventa il re dello zucchero. Acquisisce nuove società. Avvia scalate in Borsa. Idina, la moglie, lo segue in tutto. Il resto dei Ferruzzi nutre qualche dubbio. Non piace la sua mania di grandezza.
IL 12 GIUGNO ALESSANDRA FERRUZZI GLI COMUNICA CHE SONO REVOCATI SIA LA PROCURA SIA IL MANDATO: DESTITUITO DA OGNI CARICA E POTERE
Nel 1985 Gardini conosce Paul Cayard, lo skipper che gli permetterà di vincere regate e arrivare a giocarsi la finale dell’America’s Cup (persa però malamente). Il manager è all’apice della sua gloria internazionale. Guadagna la copertina del settimanale Newsweek . E pensa sempre più in grande. Punta sul bioetanolo, il biocarburante universale del futuro. Ha una visione: la chimica integrata all’agricoltura. Inizia la scalata Montedison con la prospettiva di prendersi tutto. Il pensiero è Enimont. Ne parla con Ciriaco De Mita, segretario della Dc a Roma, al quale chiede brutalmente: «A chi li devo dare i soldi? Come, dove?».
s.n.






























