di Nino Di Iorio
Trascuro le definizioni più elaborate del termine “politica” e mi limito a copiare quella data dalla Treccani che la definisce come “il complesso delle attività che si riferiscono alla ‘vita pubblica’ e agli ‘affari pubblici’ di una determinata comunità di uomini”. Se ne sono interessati Platone e Aristotele oltre duemila anni fa, ma anche qui tralascio di ricordarne il pensiero, nella consapevolezza che risulterebbe oscuro e inutile per tanti tra coloro che confondono la “politica” con il “potere”. E questo ovviamente vale per tutti i “politici, politicanti, politicastri e amministratori vari che si tuffano nella zuffa, a prescindere da ordini e gradi, lontani dalla missione. Così intesa, è vero: la “politica” dà “potere”, ma “potere” va interpretato nel senso di svolgimento di azioni idonee a procurare risultati vantaggiosi per la collettività e non nel senso di fare e disfare secondo la propria volontà, allontanandosi o svincolandosi dal fine dell’utilità pubblica. L’esercizio della politica deve essere attività artistica finalizzata a generare felicità e benessere attraverso le risorse, vale a dire creare armonia ed equilibrio sociale. Utopia? Forse. Mi pare che io abbia espresso non un pensiero filosofico di faticosa comprensione, bensì la conclusione del cittadino qualunque, quello che crede che decisioni, leggi e azioni amministrative vadano poste in essere in essere perché giuste e dovute nei confronti di tutti i cittadini, affinché ne traggano beneficio, anche indirettamente. Il salto da leggi statali a delibere locali ad personam è certamente pindarico, ma altrettanto certamente racchiude un contenitore di esempi infiniti di fatti che caratterizzano l’esercizio della “politica/potere” che, partendo da Bruxelles, attraversa Roma e arriva alle più microscopiche realtà locali. Anche questa mi pare una riflessione del cittadino qualunque, quello che crede che al turno elettorale seguente con il suo voto contribuirà a mutare il corso delle cose, ma poi si accorge che, trasvolando da destra a sinistra, andata e ritorno gli hanno rubato l’illusione e regalato la delusione. Basta guardarsi intorno, informarsi, leggere e prendere coscienza che, in ogni tempo e luogo, intorno alla “politica” gravita la bramosia del “potere”, senza operare le distinzioni di cui all’inizio di questo scritto. E ci si rende conto della deriva della “res publica” nella sua più nobile (ma umiliata e insultata) accezione. Meravigliarsi poi della legge fatta o non fatta per favorire i burattinai dell’informazione? Meravigliarsi poi della legge fatta o non fatta per favorire i grossi gruppi dell’economia mondiale? Meravigliarsi poi delle assunzioni dirette a favorire appartenenti al proprio entourage? Meravigliarsi poi della gratifica di un salotto, di un divano, di una poltrona, di una sedia, di uno sgabello a familiari o parenti o ombre del sottobosco speranzose o prezzolate o striscianti? Meravigliarsi del “piacere” o del “dispettuccio”? Meravigliarsi? Vale la pena meravigliarsi? Vorrei concludere in maniera intelligente, ma non trovo la quadra e da cittadino qualunque penso che – quanto prima – una futura, ma prossima generazione, possa svegliare le coscienze, aprire gli occhi e prendere a calci questa “politica”, prima che questa “politica” svuoti completamente l’Italia dei cervelli in fuga, l’Italia della bassa natalità, l’Italia della carenza di lavoro, l’Italia delle basse retribuzioni, l’Italia dei giovani emigranti verso l’estero (dove spesso sono sfruttati), l’Italia malata, l’Italia insicura… Ma forse, ecco, ho trovato nel Purgatorio dantesco il commiato: “Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”. Intelligenti pauca.






























