Passa la fiducia al Senato per il Jobs Act. Nella delega resta in sospeso l’articolo 18
Il percorso a tappe forzate del Jobs act ha visto la legge delega sulla riforma del mercato del lavoro ottenere il primo sì al Senato, con voto di fiducia imposto dal governo ai ‘malpancisti’ soprattutto nella sinistra Pd. Il voto di fiducia è arrivato con 165 voti favorevoli, 111 contrari e due astensioni. Come previsto, nel testo del Jobs act non ci sono riferimenti diretti all’articolo 18. Sarà nell’ambito dei decreti attuativi che si dovrà entrare nel merito e verificare se esisteranno margini di manovra più ampi per scrivere le nuove regole. Norme attuative che arriveranno nel 2015, come confermato dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti nel suo intervento in Aula. Vediamo dunque come è cambiato il Jobs act votato a Palazzo Madama.
OK CON FIDUCIA
Il voto di fiducia sulla riforma del lavoro 2014 del ministro Poletti è arrivato come detto con 165 voti favorevoli, 111 no e due astensioni. Il premier Matteo Renzi sembra dunque aver vinto il braccio di ferro con la minoranza Pd, anche se per ottenere il via libera ha dovuto rinunciare ad inserire organicamente la cancellazione dell’articolo 18 nella legge delega. Se ne riparlerà coi decreti attuativi. Vediamo ora, punto per punto, come il Jobs act votato alla camera cambia il mondo del lavoro.
ARTICOLO 18 QUESTIONE APERTA
Capitolo discusso e oggetto di scontro tra Governo e sindacati è la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. L’ultima proposta prevede l’impegno a mantenere il reintegro nel posto di lavoro per i licenziamenti disciplinari, quelli addebitati al comportamento del dipendente, che dovessero essere giudicati ingiustificati dalla magistratura. Un reintegro nel posto di lavoro possibile ma non obbligatorio.
Con l’ipotesi allo studio del governo, potrebbe essere anche il solo datore di lavoro a decidere di sostituire il reintegro con l’indennizzo. E potrebbe farlo anche se il lavoratore non è d’accordo. L’indennizzo sarebbe maggiorato rispetto a quello standard e aumenterebbe con l’anzianità di servizio del dipendente, applicando quel principio delle tutele crescenti che il governo vuole estendere a tutta la legislazione sul lavoro.
Il tutto però dovrà essere specificato nelle norme attuative. Come previsto, nel testo del Jobs act non ci sono infatti riferimenti diretti all’articolo 18. Sarà nei provvedimenti che si dovrà entrare nei dettagli e verificare se esisteranno margini di manovra più ampi per scrivere le nuove regole. Norme attuative che arriveranno nel 2015.
CONTRATTO INDETERMINATO A TUTELE CRESCENTI
Verrà incentivato il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti con tagli dei contributi Inps o dell’Irap, in modo da renderlo più vantaggioso rispetto ai contratti a termine. La misura indica per le nuove assunzioni il ricorso a una nuova tipologia contrattuale, il “contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio”. In pratica un neoassunto, come un disoccupato che dovesse trovare un nuovo impiego, non avrà da subito diritto alle stesse tutele garantite dagli attuali contratti stabili, ma le otterrà gradualmente.
COMPENSO ORARIO MINIMO PER TUTTI
L’iniziativa del Governo è volta pure a introdurre, eventualmente anche in via sperimentale, il compenso orario minimo, applicabile ai rapporti che prevedono una prestazione di lavoro subordinato o una collaborazione coordinata e continuativa.
DEMANSIONAMENTO E CONTROLLO A DISTANZA
Prevista anche la revisione di altri due punti particolarmente delicati dello Statuto, dal superamento del divieto (art. 4) delle tecniche di controllo a distanza all’articolo 14, che introduce di fatto la possibilità di demansionamento da parte delle aziende, cioè all’assegnazione al lavoratore di compiti di livello più basso rispetto a quelli svolti in precedenza. L’operazione sarà possibile rispettando le condizioni di vita ed economiche del lavoratori.
VOUCHER E LAVORO ACCESSORIO
La legge delega prevede la possibilità di estendere il ricorso a prestazioni di lavoro accessorio per le attività lavorative discontinue e occasionali, in tutti i settori produttivi. Ciò dovrebbe avvenire “attraverso l’elevazione dei limiti di reddito attualmente previsti e assicurando la piena tracciabilità dei buoni lavoro acquistati”.
Per questo genere di prestazioni il Jobs act potenzia anche i voucher, o buoni lavoro, suggerendo l’eliminazione del tetto di 5 mila euro l’anno a lavoratore previsto finora.
RIORDINO DEI CONTRATTI
Il Governo intende andare a fondo nell’individuazione e nell’analisi di tutte le forme contrattuali ad oggi esistenti, con l’obiettivo di “valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale”. Un lavoro che avrà come finalità lo sfoltimento e la razionalizzazione delle attuali forme di contratto esistenti. Il Governo, si è imposto di adottare entro sei mesi dall’entrata in vigore del disegno di legge un decreto che contenente un “testo organico semplificato delle discipline delle tipologie contrattuali e dei rapporti di lavoro”. A questo dovrà seguire “l’abrogazione di tutte le disposizioni che disciplinano le singole forme contrattuali, incompatibili con le disposizioni del testo organico semplificato” per eliminare duplicazioni normative e difficoltà interpretative e applicative.
TUTELE E LICENZIAMENTI IN EUROPA
Intanto il rapporto del Cnel sul mercato del lavoro 2013-2014 fa sapere che in Italia è già più facile licenziare rispetto a Germania, ma anche in Francia e Olanda il grado di protezione del lavoro è superiore alla Penisola.
Nei ranking dell’Ocse, precisa il Cnel il grado di protezione dei rapporti di lavoro in Italia nel 2013 risultava inferiore a quello francese, e prossimo ai livelli riscontrati in Germania e Spagna.
“Considerando congiuntamente il grado di protezione fornito nel caso dei licenziamenti individuali e collettivi, attualmente l’Italia risulta essere addirittura più flessibile della Germania, al cui modello la riforma Fornero si era all’epoca ispirata; anzi, il sistema tedesco risulta ora in cima alla classifica dell’Ocse seguito da Belgio, Olanda, Francia e poi dall’Italia.
DISOCCUPAZIONE CON SISTEMA ‘CONTRIBUTIVO’
L’obiettivo è quello di garantire un assegno non solo ai dipendenti che restano senza impiego, ma anche a quelli che non hanno alcuna tutela, co.co.pro (in mono-committenza, cioè quelli che hanno un solo datore di lavoro) e lavoratori a tempo determinato, escluse partite Iva e altre tipologie. Per loro, è in arrivo un sussidio mensile analogo a quello di chi è in cassa integrazione, proporzionato alla durata del lavoro che si è perso. Ma l’erogazione di questo assegno sarà vincolata: ne avrà diritto chi sarà pronto ad accettare una nuova offerta di lavoro congruo o un piano di formazione lavorativa. Un po’ come avviene oggi con la pensione, anche il sussidio di disoccupazione diventerebbe proporzionale all’anzianità contributiva.
I DUBBI: ‘FLEXSECURITY SISTEMA TROPPO COSTOSO’
Tl termine ‘flexicurity’, associato al cosiddetto modello danese cui Renzi dici di ispirarsi, è stato coniato dal sociologo olandese Hans Adriaansens e sperimentato in Danimarca e nei Paesi Bassi negli anni Novanta. L’idea della flexicurity, crasi dei termini inglesi ‘flessibilità’ e ‘sicurezza’, era che per venire incontro alle esigenze delle imprese (poter licenziare più facilmente) bisognasse trovare il modo di conciliarle con un adeguato paracadute per i lavoratori. Ma qui si pone il primo, serio problema di un confronto italiano con l’esempio scandinavo: si tratta di un sistema costosissimo. In Danimarca il sussidio di disoccupazione è universale (e in parte finanziato dai lavoratori stessi), in Italia si calcola che una misura simile costerebbe non meno di 12/13 miliardi di euro l’anno.
L’altro aspetto problematico, nel confronto con i Paesi Bassi o con gli altri Paesi che hanno adottato la ‘flexicurity’, è il reimpiego. Presuppone un sistema di politiche attive efficientissimo, cioè il contrario dell’esempio italiano. La Danimarca spende circa un punto e mezzo di Pil per fare in modo che i disoccupati trovino un nuovo lavoro nel minor tempo possibile. Il collocamento è affidato ai job center comunali, ma a favorire l’incontro tra domanda e offerta concorrono anche accordi tra questi modernissimi centri di reimpiego e sindacati, imprese, istituti di ricerca, scuole o onlus.































