Il dibattito tra favorevoli all’autonomia regionale e contrari, tiene banco dopo la proposta del deputato Dem Morassut.

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Assistiamo impotenti a provocazioni governative che appaiono più test per sondare le reazioni della popolazione, per poi mettere in pratica il progetto di macroregione, con un tiro più mirato, non vere proposte di smantellamento regionale. L’uscita infausta del deputato Morassut sulla divisione del Molise rientra in questa logica. Nel mare magnum delle negatività che interessano la nostra regione, si sta delineando una concretezza sposata anche dal deputato Danilo Leva e dall’Assessore Massimiliano Scarabeo. Non bisogna perseverare ad ogni costo per avere una regione, se lo status di autonomia, non può più garantire i necessari giusti servizi ai cittadini. Se i numeri di sostenibilità per amministrare il Molise stanno venendo meno, per quale motivo, costringere le imprese e i molisani a pagare lo scotto di un’entità che già di per sé è perdente?

Come dargli torto?

L’elenco delle negatività ereditate da 40 anni di malgoverno dall’amministrazione Frattura è lungo e c’è poco da stare allegri. In sostanza guardare al futuro del Molise, così come stanno le cose, è impensabile.

Non vi sono proclami che tengano e misure di sostegno che possano invertire la rotta del baratro economico, dove siamo giunti con forza inerziale, dettata dalla spinta primordiale di politiche poco inclini a sfruttare le risorse del territorio votate al turismo, alla rivalutazione delle peculiarità e dell’ospitalità. Per oltre mezzo secolo e fino a ieri, si è pensato ad ingrassare quattro “prenditori” che hanno garantito voti unidirezionali, prima con la Dc e successivamente con la “Iorio governance”, per poi finire miseramente nei repentini fallimenti. Tutto questo ha generato l’indebolimento del tessuto sociale molisano. Ha prodotto generazioni di “sfaticati” in attesa del posto fisso. File interminabili di genitori che accompagnavano i loro figli dal potente di turno per quella raccomandazione che su un caso su 1.000 giungeva a compimento della famosa: “sistemazione”. Senza meritocrazia e specializzazione, si è perseverato di anno in anno verso il buio che stiamo vivendo oggi. Mentre la cultura imprenditoriale è stata per oltre mezzo secolo bandita dalla politica nel Molise. Quei coraggiosi soggetti indipendenti, potevano dare fastidio a chi doveva reggere il potere politico e amministrativo: l’indipendenza lavorativa non assoggettata al posto fisso, risultava pericolosa, in quanto le imprese non sarebbero state disponibili ad elargire consensi senza servizi reali propedeutici alle attività svolte. Anche in questo caso, comunque, la politica del passato ha avuto gioco facile, data la divisione dei piccoli e medi imprenditori, chiusi nel loro guscio aziendale e rappresentati dalle “Confederazioni”.  Queste ultime, invece di difendere gli interessi dei loro iscritti, hanno sempre difeso il loro posto di lavoro e carpito i voti ai piccoli e medi imprenditori, tanto che anche i possessori di P. Iva sono divenuti strumenti elettorali in mano ai soliti noti.

In questo quadro reale del passato, come si pretende che da un momento all’altro, un governo eletto in antitesi al vecchio potere costituito, possa cambiare le cose in un anno o in una legislatura?

I guai ereditati si chiamano: sanità, industrie fallimentari, turismo montano: lavoro. Il tutto sublimato da una crisi senza precedenti che ha posto una cambiale impagabile sulla testa dei nuovi amministratori e su quella dei molisani.

Cosa si pretende? Oltre ad aumentare al massimo sostenibile le gabelle, ad avere le benzine più care del mondo e tassazione per famiglie e imprese al limite della catastrofe, cosa si può fare di più?

Nessuno è in grado – a prescindere dai colori e dalle appartenenze politiche – di uscire fuori da questo stallo. Le cose possono solo finire di peggiorare.

La castroneria “morassuttiana” non è concepibile, così come esternata, ma l’ipotesi di macroregione potrebbe essere una panacea risolutiva dei mali dell’economia di questo territorio, in un contesto macro regionale, ove si fonderebbe il nostro esiguo prodotto interno lordo con un Pil più ampio e consistente. Potremmo pagare meno tasse; avere la possibilità di contare sulle decisioni parlamentari in maniera congrua e rappresentativa con numeri di spessore, non basandoci sui soli 300.000 abitanti circa di questa landa desolata, sarebbe non poca cosa. Potremmo progettare una sanità in linea con le aspettative dei cittadini e controllata ad ampio raggio con prestazioni più veloci ed efficaci. Si potrebbe sfruttare l’esperienza dei territori aggregati per rivalutare – finalmente – il Molise dal punto di vista turistico. Insomma. Se poniamo sul piatto della bilancia le negatività e le possibili positività, non c’è da riflettere più di tanto: la macroregione è vincente.
Con essa, sperando in un’unione Abruzzo – Marche, il Molise avrebbe finalmente una propria  identità e la possibilità di far restare i propri figli, nel luogo in cui abbiamo scelto di farli nascere e vivere. Come dovrebbe essere giusto, ed invece oggi è una chimera. Non può rientrare nella normalità, abbandonare questa terra e le proprietà costruite con vite di sacrifici dai genitori, per fuggire in cerca di fortuna. In un folle ritorno all’emigrazione pur di mantenere un’inutile autonomia. Forse, e solo con una macroregione, si potrà sperare di restare e sfruttare quello che non è stato mai rivalutato, in sintesi,cambiare la rotta verso il vento di un Molise non più entità regionale, ma solo ed esclusivamente territorio “moli – sano”: ricco e prospero.

Pietro Tonti

 

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