L’operazione “Mare Nostrum”si sta rivelando un fallimento come dalle previsioni iniziali.
Sul caso di ieri del ragazzo nigeriano ospite di una struttura ricettiva a Roccaravindola alta che ha dato segni di squilibrio ad Isernia, fermando le auto in transito e minacciando con un bastone gli automobilisti; sbraitando contro tutti e con pretese di lavoro. Si aggiunge quale episodio limite agli altri tre verificatisi a distanza ravvicinata. Il primo a Campobasso, un ragazzo di colore, qualche settimana fa, armato di sbranca di ferro, distrusse una decina di auto parcheggiate. Ad Isernia due arresti in pochi giorni a Macchiagodena e Roccaravindola presso le strutture ospitanti due nigeriani si accaniscono contro i gestori e vengono tratti in arresto. In tempi non sospetti cercammo di immedesimarci in questi ragazzi e venne fuori un quadro che conduce alla pazzia autorizzata dallo Stato. Negli anni 70 andava in voga, una serie televisiva dal titolo: “Il Prigioniero”. Il telefilm era ambientato in una città, dotata di tutti i comfort. Il protagonista solo, in quella immensa metropoli disabitata, cercava di allontanarsi, di fuggire da quella prigione dorata, ma come travalicava i confini, dei palloni comandati a distanza di oltre 1,5 metri di diametro lo bloccavano e lo riconducevano nel recinto urbano. A guardarlo c’era da impazzire e esprimeva un fastidio che ancora ricordo. Questi ragazzi giunti nel Molise o in Italia, vivono similmente al telefilm descritto. Anch’essi sono dei prigionieri con ampi spazi a disposizione, liberi di vagare, ma ricondotti alle strutture ricettive per sopravvivere. Vorrebbero fare qualcosa, rendersi utili: lavorare. Obiettivo irraggiungibile, in una regione dove uno su quattro sopravvive e i restanti sono inoccupati e retti da genitori e parenti. Ci mancavano anche i profughi a chiedere e pretendere di lavorare. Questi sono stati i commenti di ieri su F.b., oltre alle minace di morte agli immigrati – facciamoli fuori – impicchiamoli etc.
L’episodio di ieri ad Isernia “sic et simpliciter” farebbe pensare ad uno squilibrato che soffre di qualche patologia neuropsichiatrica, ma siamo sicuri che questo ragazzo sia malato o semplicemente non stia vivendo, come gli oltre mille ospiti molisani, una situazione non proponibile alla sua età su un territorio in cui fuggono gli stessi residenti?
Proviamo per un momento – ponendo da parte i commenti xenofobi a cui ci si è ispirati nelle ultime ore per criticare l’avvenimento – a calarci nei panni di uno di questi figli dell’Africa.
Dopo avere evitato di essere fatto a pezzi con il macete, scampando mille volte alla morte, sei giunto su un porto. Ti imbarchi su una carretta che a stento si regge con decine di profughi che come te fuggono dalla guerra, dalla disperazione, avendo perso amici e parenti. Iniziano venti giorni di schiavitù su un barcone, dove non è possibile nemmeno defecare, se non lo fai davanti a cento persone, ti ritrovi a Lampedusa, dopo aver rischiato di affondare ogni momento, l’isola del delirio italiano della finta ospitalità. Sei indebolito, senza nessuna prospettiva per il futuro, con l’unica speranza di poter sopravvivere mangiando e bevendo qualcosa. Eccoti su un bus che notte tempo ti trasporta per circa 10 ore in un territorio sconosciuto. Senza indumenti, puzzando come una capra – non hai la possibilità di lavarti da mesi – ti accolgono come un bue che scende dal camion per essere macellato, ma è già tanto rispetto a quello che hai passato: Ulisse con la sua Odissea ti fa un baffo. Giungono solo adesso i sanitari che come un vitello ti guardano in bocca e ti sottopongono ad alcuni esami per verificare il tuo stato di salute. Tutto bene sei stato fortunato, da oggi vivrai in Molise, fino a quando non è dato sapere. Ti informano che lo Stato mette a tua disposizione vitto e alloggio e una piccola diaria di 5 euro al giorno, sei contento, pensi che con 150 euro al mese potrai quasi diventare ricco, ma poi a malincuore scopri che a stento, se fumi, potrai comprarti le sigarette. Ed inizia qui la nuova vita per te profugo nigeriano. Le giornate si alternano tra i due pasti principali che attendi con piacere, poi la classica malinconia che attanaglia i galeotti, ti ritrovi con gli amici di sventura su strade asfaltate e trafficate a camminare sotto il sole e le intemperie per giungere in un piccolo paese, dove tutti evitano di guardarti, di darti retta. Non hai la peste eppure per tutti sei un non gradito. Non vedi una donna da mesi e le tue esigenze di giovane uomo sono bloccate da qualsiasi contatto con il sesso opposto. L’umore con il passare delle settimane si incupisce. Non lavori, non hai prospettive, non hai affetti, non hai una donna: sei un prigioniero in una terra inospitale a 20 anni sei morto dentro.
Come non pensare alla ribellione, ad un gesto estremo per dire: sono qui, sono vivo, vi siete dimenticati che esisto?
Un gesto non giustificabile, ma l’unico modo forse, per cambiare la tua sorte, magari in galera si sta meglio che fuori.
Questa descrizione, si avvicina molto alla realtà. Bisogna solo considerare che ieri poteva anche finire peggio. Non stupiamoci se un gruppo di questi giovani tra non molto possa bloccare e violentare qualche ragazza.
Non stupiamoci se episodi di questo tipo possano ripetersi con frequenza, come già avvengono in altre città italiane.
Ricordiamoci che loro vengono dalla disperazione e sono capaci di ribellarsi, non come noi pecore che accettiamo supinamente ogni vessazione come decisa dal divino.
La colpa, infine, non è dei profughi, ma di quei quattro scellerati che hanno avuto la brillante idea di montare l’operazione “Mare Nostrum” che arricchisce gli scafisti, crea situazioni di grandi rischi sanitari e stimola violenza pura e pazzia.
Il Direttore































