In Italia i baby lavoratori sono 260mila,secondo un rapporto di Save the Children,e 1 genitore su 2 (46,6%) non si opporrebbe se il proprio figlio under-16 volesse lasciare la scuola per lavorare. 1 minore su 20 è costretto a lavorare e solo la metà riceve un compenso. La maggior parte è impiegata in ambito domestico. Migliaia di giovanissimi sono a rischio sfruttamento. Troppo piccoli per votare, troppo giovani per guidare. Eppure considerati abbastanza grandi per lavorare. In Italia sono 260mila i minori di 16 anni che anziché studiare o giocare si ritrovano impiegati in qualche forma di lavoro.

Lavoro-minorile big

Il 54% dei genitori ritiene che la crisi giustifichi almeno in parte tale scelta. Al dato, emerso da un’indagine dell’Osservatorio nazionale su infanzia e adolescenza (Paidoss), se ne affianca un altro di Datanalysys,secondo cui il 30% dei genitori pensa che il lavoro minorile riguardi gli stranieri e il 55% che interessi i Paesi sottosviluppati.

Lo sfruttamento in Italia – Nel nostro Paese sono 260 mila i lavoratori under 16, costretti dalle gravi condizioni familiari e dall’abbandono scolastico precoce. A lavorare si inizia presto: il 3% dei minori tra 11 e 13 anni è già impiegato. Ma il picco si raggiunge tra 14 e 15 anni, fascia in cui il 18,4% dei giovani italiani lavora. È l’età del passaggio dalla scuola media a quella superiore, nella quale l’Italia ha un tasso di dispersione scolastica tra i più alti d’Europa.

Il lavoro minorile non fa distinzioni di genere (il 46% di chi è coinvolto sono femmine). Le esperienze sono per lo più occasionali (il 40%) ma 1 su 4 lavora per periodi lunghi fino a un anno. Il 24% svolge un’attività che supera le 5 ore al giorno. L’impiego è spesso in ambito familiare: il 41% dei minori lavora nelle imprese dei propri parenti, mentre 1 su 3 si dedica a mansioni domestiche continuative per molte ore al giorno. E le prestazioni sono spesso non retribuite: tra i minori di 14-15 anni solo la metà dichiara di ricevere un compenso.

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