Prima Parte
Fine settembre incontro per l’ultima volta l’ex boss dei casalesi, Carmine Schiavone. Voleva raccontarmi tutto e io promisi di scrivere senza censura, tutto. Aveva bisogno di completare il suo percorso di verità. Era troppo grande quel fardello e tanti erano gli episodi da raccontare. Una vita intera, vissuta ogni attimo.
Gli anni 80 sono quelli fiorenti per la malavita organizzata, la criminalità sfoga tutta la sua potenza segnando per sempre il destino degli italiani. Dalla Sicilia alla liguria, dalla puglia alla Lombardia, non c’é un lembo della penisola esentata dalle infiltrazioni camorristiche.
Non c’è settore che non sia stato inquinato dalla criminalità e questa si rafforza a ogni compromesso, si consolida tutte le volte che un qualsiasi affare diventa economicamente interessante. Dalla monnezza al traffico d’armi, alle grandi energie rinnovabili al traffico della farina di pesce (cocaina). I grandi appalti venivano gestiti dal re della piramide criminale, il boss dei boss.
Il business é affare sporco e la criminalità ci sguazza senza difficoltà e problemi. Per le organizzazioni criminali tutti si possono corrompere e, cosi si appesta pure l’anima. A rendere il tutto molto appetibile i grandi istituti di credito, le banche che reinvestono il denaro sporco, ma nel circolo vizioso ci sono pure molte compagnie assicurative di grosso calibro.
“Siamo conosciuti come il clan dei casalesi, ma noi siamo cosa nostra campana, la camorra a stampo mafioso, perdenti in Sicilia e vincenti in Campania”. Inizia cosi il racconto di Carmine Schiavone sulle origini del clan.
“Siamo nati mafiosi, battezzati dal gruppo Bontade e Riccobono – e poi continua – Nuvoletta era il rappresentante regionale per la Campania. La separazione nel 1984 dopo una guerra contro i Nuvoletta e contro il gruppo di Riina. Da quella guerra tra clan morì il direttore dell’Asi, una società collegata al gruppo Riina e da li la fusione con l’Unicoop di Riina.”
Solo con la morte di Bardellino tra i due clan, Nuvoletta e i Casalesi si instaura un certo ammiccamento.
I casalesi diventavano sempre più forti nel settore del calcestruzzi. Regolavano il mercato edilizio ma anche quello dell’ortofrutta oltre il narcotraffico.
Il clan si allargava e diventava sempre più forte e pericoloso. Ai cugini Schiavone, Francesco detto Sandokan e Carmine detto Gringo si affiancano Bardellino di San Cipriano, i tre fratelli Nuvoletta che coprivano la zona di Marano, il gruppo di Ammaturo marito della più nota Pupetta Maresca, Alfieri di Nola e Mario Jovine. Solo dopo si aggiunge al clan l’avvocato di Parete, Chianese, l’uomo che amava le auto di grosse cilindrate e continuava a vivere, prima che lo arrestassero, nella sua modesta casa nel centro città.
Schiavone parlava di Chianese come fi un massone, un affiliato della propaganda due, P2.
L’avvocato nei racconti di Schiavone aveva dato avvio alla sua attività losca negli anni 70 prima con il gruppo dei Nuvoletta e poi con i Bardellino; quando furono ammazzati entrambi dai casalesi si avvicinó alla famiglia Schiavone.
Insieme crearono nuovi soggetti pericolosi. Giuliano per sterminare Cutolo e i cutoliani, asse storico della camorra.
La triade diventava sempre più pericolosa, accaparrava tutto e intrecciava rapporti con la società, quella apparentemente perbene e quella autorevole.
Il clan nascondeva i propri affari sporchi dietro attività lecite e pulite. Erano organizzati in consorzi, che facevano capo alla Cedic Icar del presidente Cabib e di suo figlio.
L’organizzazione gestiva l’Eurocem, la Covin, il Concav e tante altre aziende satelliti che ruotavano intorno alla società madre e che introitavano enormi quantitativi di denaro all’intero clan dove ognuno aveva un ruolo fondamentale.
L’Eurocem é l’organizzazione che Schiavone citava sempre e su cui ci sono ancora verbali secretati.
Carla Ferrante































