di Pietro Tonti

Siamo ormai alle battute finali del dibattito sul referendum confermativo della riforma costituzionale: la riforma del Senato, la procedura legislativa, la partecipazione popolare, cui si affiancano le collaterali questioni inerenti i cosiddetti “costi della politica”.

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Si moltiplicano gli incontri tra i sostenitori del “Sì” e quelli del “No”, che si confrontano e spesso si scontrano sui vari punti e sul senso della riforma stessa. La discussione appare caotica e nervosa e alla fine non sempre i cittadini possono formarsi un giudizio sereno sui pro e i contro.

Il cittadino medio non viene sfiorato dall’agone referendario, lo abbiamo in più occasioni sottolineato, in quanto dovrebbe sottrarre alla sua giornata, per la lotta alla sopravvivenza, molte ore per comprendere i due opposti paradigma del “SI” e del “NO”.

Il cittadino avente diritto al voto e non addetto ai lavori (politici e introdotti nella macchina amministrativa per mestiere) sono imprigionati nella quotidianità esistenziale difficile da sostenere in una Italia schiacciata da un’Europa tiranna che ha determinato la crisi attuale di imprese e famiglie, oltre a milioni di disoccupati.

Una situazione a cui non vi è via d’uscita se non quella di cambiare rotta e ritornare all’efficacia del vecchio trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992 e non successivo all’introduzione del Patto di Stabilità voluto dalla Germania per difendere solo ed esclusivamente i suoi interessi, che ci ha scaraventati in miseria.

Il vero trattato, la vera costituzione che dovrebbe essere efficace in questo momento storico, per uscire dal pantano in cui siamo precipitati, dovrebbe far riferimento solo ed esclusivamente alla mutua assistenza degli stati qualora ognuno di essi si trovi in difficoltà, quello appunto sancito dall’atto costitutivo europeo di Maastricht.

E’ innegabile che siamo inclusi in un sistema complesso oramai di livello sovranazionale a cui il voto referendario in Italia, senza timori possiamo affermarlo: è sostanzialmente finalizzato solo alla sopravvivenza del governo Renzi, non ad una inversione di tendenza verso un benessere collettivo come gli italiani si auspicherebbero.

Forse si sta dando un’importanza troppo elevata al momento referendario che praticamente a prescindere dalla vittoria del “SI” o del “NO” non cambierà l’asset economico della nostra nazione schiacciata da un debito pubblico sempre crescente e da un fisco esagerato.

Le manifestazioni di interesse referendario che taluni personaggi e partiti dimostrano anche con auto pubblicitarie ad invogliare per un’espressione di voto, risultano esagerate, non condivisibili a prescindere da quale sarà l’esito elettorale.

La svendita della nostra bella Italia ad una Europa che non funziona, alla perdita della sovranità monetaria e al declino sostanziale economico e culturale; alla mancanza di investimenti in ricerca e sviluppo, alla fuga dei cervelli e alla povertà oramai conclamata di oltre il 15% della popolazione italiana, può essere cambiata con un voto il prossimo 4 dicembre? La risposta è “NO”.

 

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