Da Pasadena alle Marche, dove Chiara Daraio si è laureata nel 2001, ci sono 10mila chilometri esatti. Ma la sua vita professionale è lontana anni luce, dal destino che l’attendeva. Ad esempio se non avesse assaggiato «quel senso di libertà nella ricerca, ma anche la ricchezza delle risorse» dell’Università della California a San Diego, dove ha fatto il dottorato. Oppure se le due domande che aveva inoltrato per due diversi posti al Politecnico di Milano, non fossero state «scartate per un vizio di forma». Pare fossero state spedite in una busta sola, invece che due.
Chiara Daraio e il suo team stanno sperimentando la creazione di nuovi materiali con precise proprietà acustiche. «In campo biomedicale – spiega lei stessa – il nostro lavoro potrà servire a migliorare le immagini ultrasoniche. O in campo aeronautico, a creare sensori non lineari per osservare le proprietà delle strutture, e prevenire le fratture».
La professoressa Daraio aveva presentato dieci domande a nove università, in quattro paesi. «Il Caltech mi ha risposto dopo due mesi. Ho fatto il colloquio e dopo tre settimane abbiamo trattato sullo stipendio, sulle strutture a disposizione, sul budget». A quanto ammonta? «Nelle università americane c’è grande competizione: mi spiace, non posso rivelarlo», risponde con un sorriso gentile. «È facile dare fondi a un professore famoso. In America hanno il coraggio e la saggezza di scommettere sui giovani». La lezione di questa storia è tutta qui.





























