di Tonino Atella

Terzo millennio e covid assieme hanno avuto la meglio di un’usanza antichissima e ricorrente in tanti Comuni molisani. Anche con specifica ordinanza del presidente della giunta regionale del Molise, Toma, congiuntamente appunto ad innovazioni da terzo millennio ed al mai abbastanza maledetto covid, le popolazioni molisane perdono una loro antichissima costumanza, o tradizione se si preferisce : il rito della fine di “ Ceccon’ “, come solitamente veniva chiamato il maiale, in dialetto “i puorch’ “, allevato un anno intero nella stalla, nel fondaco vicino casa. Niente da fare ! Vietato d’ora innanzi procedere a tanto, per cui tutti e solo dal macellaio a comprare salsicce, prosciutti, capicollo e via discorrendo. Ed allora, giusto per ricordare perché non se ne perda la memoria e si abbia consapevolezza di abitudini e sistemi di vita dei nostri nonni e nonne, ecco quanto avveniva dalle nostre parti sino alla metà del secolo scorso, ossia sino a qualche decennio addietro. In punto all’alba del primo gennaio, e dopo che la donna di casa si era levata dal letto in piena notte per accendere assieme alle vicine che tanto si prodigavano nella circostanza il fuoco in strada dinanzi casa e mettere a bollire in ampi contenitori metallici cinquanta/cento litri d’acqua necessari alla bisogna, quando cominciava ad albeggiare -si diceva- il padrone di casa assieme a parenti ed altri uomini del vicinato solerti a dare una mano si recavano alla stalla a prendere “ Ceccon’ “, il quale cominciava a grugnire per la levataccia di primo mattino, cosa che prendeva ad insospettirlo. La comitiva procedeva a piedi – all’epoca un mezzo motorizzato era un lusso per pochi- ed occorreva tirare e spingere l’animale che non voleva saperne di avanzare.

Finalmente si arrivava sotto casa ed intanto “ Ceccon’ “ grugniva a più non posso. Nel frattempo era arrivato il macellaio -nella circostanza con tutti gli atteggiamenti di alto “professionista”, munito di panni e coltelli di tutti i tipi- e sua prima incombenza era constatare il grado di bollitura dell’acqua, puntualmente ritenuta insufficiente e come tale con l’urgenza di ravvivare decisamente fuoco e fiamme ! A tanto di prodigavano quattro/cinque donne del vicinato perché il macellaio venisse accontentato seduta stante. Quindi, e mentre quegli affilava il coltello prescelto, “ Ceccon’ “ con non poca fatica di cinque/sei/sette uomini era coricato sulla “ scannella “, puntualmente traballante perché vecchia di anni e mai rinforzata, in modo che Alfredo -il macellaio di turno- intervenisse … ! Un attimo e l’animale si agitava, grugniva e si dimenava a più non posso, mentre le donne raccoglievano il sangue in recipienti di rame. Il tutto durava minuti, dopodiché uomini e macellaio pignatte alla mano ricolme di acqua bollente procedevano a cospargerne “ Ceccon’ “ per rimuoverne per bene la peluria, pulendolo esternamente, mentre le donne su sollecitazione continua del macellaio proseguivano a rinforzare il fuoco sotto l’acqua già bollente.

Quindi, altri coltelli tra le mani, e Alfredo interveniva a sua volta perché l’interno dell’animale fosse o rimosso in quanto inservibile o lasciato in bella vista a “riposare”. “ Ceccon’ “ restava così appeso ai “ cussal’ “ in zona ventilata della casa o del fondaco una giornata intera e nel frattempo comari e conoscenti che transitavano per strada ammiravano ed apprezzavano con lusinghieri “ Cummà …, Di’ benerica …, biata a vova …, che beglie puorch …, assà rass e ch’ tanta carna ! “. E la padrona di casa, contentissima e soddisfatta del tutto, pronta a rispondere,”Grazie cummà ! Grazie assaie !”. Nel frattempo era partito altro rito, quello del “bicchierino”, come veniva definito all’epoca il liquore alcoolico, bevuto d’un solo fiato assieme a tanti bicchieri di vino paesano e ai primi pezzi di carne messi a soffriggere in un’ampia padella assieme ai peperoni agrodolci unitamente a numerose fette di cane di casa casareccio, quando l’alba stava appena sorgendo ! Brindisi e gustosi bocconi non si contavano tanto erano numerosi e tutti vi partecipavano soddisfattissimi. Era una vera festa popolare, genuina e bellissima, con tanto vociare e schietta partecipazione ! “Il rito” era concluso e dopo tanta fatica solo “bicchierini”, vino, carne, peperoni e “chienche” (fettone, in dialetto) di pane casareccio potevano ripagare gli sforzi appena fatti. Dopodiché ancora la padrona di casa, “Grazie a tutti ! Senz  r’ vova, nz’ faceva nient’ ! Grazie ancora e bona jurnata !“. A quel punto la comitiva si scioglieva, ognuno tornava al proprio lavoro, mentre a “ Ceccon’ “ si sarebbe pensato all’indomani per farne tanto … ben di Dio !

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