di Redazione

Riceviamo e pubblichiamo

«Gentile Direzione, come movimento fatto di persone — ancora prima che politico — sentiamo il dovere di parlare con forza delle notizie che circolano da alcune ore su possibili chiusure e ridimensionamenti del Punto Nascita di Isernia e dell’Emodinamica di Termoli. Perché non è più tollerabile che, a settimane alterne, si possa far passare l’idea che la vita sia un interruttore: oggi si stacca una presa, domani un’altra; oggi tocca a un presidio, domani a un altro. Come se fosse normale abituare un territorio all’instabilità, all’incertezza, alla paura. E c’è qualcosa che pesa ancora di più: le promesse non mantenute. Negli anni abbiamo ascoltato rassicurazioni, impegni, “nessun taglio”, “nessuna chiusura”. Poi arrivano nuove dichiarazioni, nuovi scenari, nuove formule. E ogni volta la fiducia si consuma un po’. Le promesse non salvano nessuno. Le persone le salvano i presidi. E il tempo. E a forza di promesse non mantenute, resta una sola domanda: chi risponderà del minuto che manca? Al di là del piano fattuale — che pretende chiarezza, atti ufficiali, responsabilità — c’è un punto che nessuna tabella può contenere. Perché qui non stiamo discutendo di reparti come “voci” di una pianta organica: qui stiamo discutendo del filo della vita.  Quello che arriva, quello che resiste, quello che a volte trema. E che non può essere trattato come un dettaglio di bilancio. Punto Nascita ed Emodinamica, collegati da un filo invisibile, ma fortemente simbolico, quello della vita.

Il Punto Nascita è la vita che arriva.

È il primo respiro. È una madre che stringe una mano e, in quell’istante, sente il futuro farsi carne: un nome, un volto, un battito. È la certezza che domani esiste.

L’Emodinamica è la vita che rischia di andare via.

È il silenzio improvviso che precede la corsa. È il confine tra tornare a casa o non tornarci più. È quel momento in cui un cuore non chiede permesso: chiede tempo. E la “golden hour” non aspetta decreti, non aspetta riunioni, non aspetta conferenze.  E allora diciamolo senza paura: ipotizzare di spezzare questi due presìdi significa accettare che quel filo possa essere reciso. Da un lato, proprio quando la vita nasce e dovrebbe essere accolta con sicurezza, non con ansia e distanza. Dall’altro, proprio quando una vita chiede aiuto e non può permettersi “tempi aggiuntivi”, non può “organizzarsi”, non può sperare che un trasferimento vada bene. Spezzare su uno dei due territori questi presìdi vuol dire simbolicamente: qui non si “vive”. Poiché in quei momenti non esistono “scenari” né “piani di riorganizzazione”: esiste un fatto brutale — in emergenza non si recupera il tempo perso. E quando quel tempo manca, non manca un numero: manca una possibilità. Manca un ritorno a casa. Manca un abbraccio. Siamo un territorio segnato da anni di difficoltà, carenze, distanze, servizi ridotti. In questo contesto, termini come “cessazione”, “sub-standard”, “volumi” suonano come un linguaggio che disumanizza. Perché nell’emergenza il tempo non è una variabile organizzativa: il tempo è vita. E quando i minuti aumentano, aumenta il rischio. Non è ideologia: è realtà. Nel gioco dei ruoli ognuno ha il suo, questo è vero. I Commissari hanno il compito di far quadrare i conti e di evitare sprechi. Ma è doveroso dirlo chiaramente: facciamoli quadrare su tutto, ma se poi questo significa  creare un rischio  da  scaricare solo sulla pelle di chi vive lontano, di chi è fragile, di chi non ha alternative,  forse ha senso fermarsi prima. E la politica? La politica non può limitarsi a commentare o ad assistere. La politica deve battere i pugni, pretendere atti chiari, assumersi responsabilità, compiere scelte coraggiose e visibili. In queste settimane abbiamo visto anche gesti estremi pur di non far spegnere i riflettori su questo diritto: un sindaco che sceglie di vivere in una tenda da 90 giorni per ricordare ogni giorno che qui non si sta difendendo un “servizio”, ma il diritto a restare vivi. Questo è il livello di urgenza che il Molise sta gridando. Il pericolo, oggi, è anche un altro: che si alimenti una guerra tra poveri. Isernia contro Termoli. Un ospedale contro un altro. Un reparto contro un altro. Come se a definire il diritto alla salute fosse il CAP di residenza, e come se dovessimo scegliere chi ha più diritto di vivere. Noi questo aut-aut non lo accettiamo. E ci rivolgiamo anche ai parlamentari molisani: in queste settimane vi vediamo in prima linea su battaglie più nazionali che locali, con iniziative e toni forti. Qui serve la stessa voce, la stessa presenza, la stessa veemenza. Perché difendere la sanità non è una bandiera: è proteggere le persone, anche quando costa, anche mettendo in discussione equilibri e privilegi. Questa non è una presa di posizione “contro” qualcuno. È una presa di posizione per la vita. Perché se si tocca il luogo dove la vita arriva e il luogo dove la vita si salva, non si “razionalizza”: si manda un messaggio devastante, si indebolisce la speranza, si abitua una comunità all’idea di essere sacrificabile. E su questo non si può mediare: il tempo, qui, è vita.

Gruppo consiliare Comunità Attiva – Città di Isernia

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