di Redazione

Micaela Fanelli, capogruppo del Partito Democratico nel Consiglio regionale del Molise, ha preso parola all’indomani dell’ultima seduta dell’assemblea consiliare sulla discussione in corso del Piano Sociale Regionale 2025-2027, definendo urgente un cambio di metodo nella sua elaborazione e approvazione. Nel suo intervento, Fanelli ha ribadito con chiarezza la sua posizione: “Serve più tempo e serve più confronto vero”, ha detto, richiamando la necessità di un dialogo reale con gli amministratori locali e con chi quotidianamente vive e conosce le esigenze sociali delle comunità. Secondo la capogruppo Pd, non si possono accettare decisioni “calate dall’alto, senza il coinvolgimento reale dei territori”. Fanelli ha inoltre ricordato che oltre cento sindaci, insieme a operatori, cooperative sociali e altri attori del mondo del welfare hanno già espresso la loro contrarietà al piano così come è stato finora proposto. “È a loro che dobbiamo ascolto”, ha aggiunto, sottolineando l’importanza di includere nei processi decisionali chi conosce realmente bisogni e criticità locali. In questo contesto, la deputata regionale del Pd ha invitato la Regione ad attendere l’esito dei ricorsi al TAR e, soprattutto, ad aprire un dialogo serio e trasparente prima di procedere con l’approvazione definitiva. “Le politiche sociali non si costruiscono con atti unilaterali, ma con partecipazione e responsabilità”, ha concluso Fanelli, puntando l’accento sul fatto che un piano di questo tipo richiede condivisione e approfondimento, non solo decisioni di giunta o a maggioranza consiliare. La posizione di Fanelli si inserisce in un clima di crescenti tensioni politiche regionali sul tema: nelle settimane precedenti, infatti, il Consiglio regionale ha deciso di prorogare di 60 giorni la riorganizzazione degli ambiti territoriali sociali previsti dal Piano, su richiesta di opposizione e sindaci contrari al modello presentato dalla Giunta. Il dibattito era già stato acceso nei mesi scorsi, quando Fanelli aveva criticato la proposta di riorganizzazione definendola una riforma priva di reale concertazione con gli enti locali e con i soggetti sociali e potenzialmente dannosa per i servizi di welfare sul territorio.

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