Si dirà di un aspetto sconosciuto della sua tribolatissima vita.
Martedì prossimo 26 ottobre ricorreranno 16 anni dalla scomparsa dell’ex bandito di Monte Cesima, altura di mille metri circa della frazione Roccapipirozzi nel Comune di Sesto Campano, Agostino Martone, finito dal diabete ad 82 anni. Ai tempi della sua banda (1947/1950), sui monti e nei Comuni a cavallo tra estremo Molise dell’ovest e Casertano altissimo, Agostino Martone era temibilissimo ed imperversava da autentica primula bianca, praticamente inarrivabile. Si pensi che per catturarlo verranno impegnati circa cento militari ! E successivamente trascorrerà 23 anni nei penitenziari di tutt’Italia, dopo aver riportato una condanna a trent’anni, sette dei quali condonati per buona condotta. Di siffatto personaggio indubbiamente particolare del Molise del secondo dopoguerra parla oggi lo scrittore e pubblicista venafrano Tonino Atella, collaboratore amichevole di questa testata, che anni addietro diede alle stampe “Il Bandito”, edito dalla Poligrafica Terenzi Venafro, libro tantissimo letto dati gli argomenti e i soggetti che trattava.

“Agostino Martone ? Soggetto difficilissimo, -attacca l’autore de “Il Bandito”- autentico bandito del secondo dopoguerra quando in tanti del centrosud d’Italia, soprattutto giovani, presero a vivere non in linea con la legge date le difficoltà del tempo. Si cercava cioè il facile guadagno e tra questi va senz’altro annoverato Agostino Martone, proveniente da una famiglia con precedenti penali e capace nel triennio ‘47/’50 di mettere su una banda di fuorilegge che imperversò in lungo e in largo nel territorio interregionale a cavallo tra il territorio molisano del Venafrano e quello campano del Casertano Altissimo, imponendo le proprie regole e la sua particolarissima legge. “Queste mani non si sono affatto macchiate di sangue umano, Agostino Martone non ha ucciso, -ebbe a puntualizzare lo stesso bandito al cronista che lo raggiunse a Roccapiporizzi Alta dove viveva una volta uscito dal carcere- non ha commesso alcun omicidio ! Né io né i componenti della mia banda. Certo, di reati ne ho commessi, tant’è il lungo periodo di detenzione, ma di omicidi nemmeno l’ombra. Sono stato condannato per possesso illegale di armi, banda armata, associazione a delinquere, truffa ed estorsione continuata ed aggravata, ma non già per aver ammazzato ! Questo ci tengo a far sapere oggi che sono tornato un uomo libero dopo 23 anni di detenzione“. Già, ma era stato un’autentica e temibilissima “primula bianca” della zona, dove non volle altri personaggi malavitosi extraregionali del tempo, tra cui lo stesso bandito Salvatore Giuliano di cui all’epoca tanto si parlò accostandolo al Martone, intendendo quest’ultimo imperversare, comandare ed impossessarsi di ogni cosa da solo nel territorio del Venafrano, senza rivali di spicco e di nome! Per dire della pericolosità e del carattere decisamente fuori dagli schemi del fuorilegge molisano si pensi al centinaio di militari che salirono a Monte Cesima dove viveva coi suoi accoliti per catturarlo, al sistema per trasportarlo perché tutti vedessero data la sua pericolosa notorietà (venne incatenato su un camion militare scoperto che girò per diversi Comuni del Venafrano perché tutti vedessero coi loro occhi il pericoloso bandito finalmente assicurato alla giustizia e non più in grado di far male, atterrire e derubare) e quando, nonostante in catene e quindi ridotto all’impotenza, si rivolse a chi era lungo le strade ad aspettarne il transito sul camion militare con la sua proverbiale tracotanza ed audacia. Raggiunto dalle invettive ed altro da venafrane e venafrani che ne attendevano il passaggio lungo le polverose strade del tempo, ebbe a gridare dimenandosi in catene … “Ricordate che < la mala erba n’more’ mai>, non muore mai ! Ci rivedremo quando esco!”. No ! Quando tornò libero dopo 23 anni di detenzione tra le carceri di Sicilia, Sardegna, Calabria, Campania, Abruzzo/Molise e Nord Italia, gliene furono condonati 7 per buona condotta, Agostino Martone era tutt’altro. Non più socialmente terribile e violento, pur conservando in certi frangenti il proprio carattere “spigoloso”. Come quando apostrofò in malo modo un dirigente scolastico che intendeva fargli tinteggiare l’istituto didattico che dirigeva. In effetti la Prefettura territoriale del tempo si era prodigata per il suo reinserimento socio/lavorativo, procurandogli la temporanea occupazione. Ma Agostino, visti pennello e colori, e rivolgendosi a chi gli indicava il lavoro a farsi, non tardò ad affermare, “A te, t’ fa mala la capa”, intendendo con ciò non accondiscendere all’incombenza assegnatagli in quanto non aveva mai tinteggiato alcunché e temeva di non fare le cose per bene. Per cui lasciò colori e pennello a terra, si girò, uscì dall’istituto e all’indomani si recò in Prefettura chiedendo altra mansione. Gli affidarono la cura del verde al SS Rosario di Venafro, che l’ex bandito accolse ben volentieri dedicandovisi per anni. Un Agostino Martone, come accennato in precedenza, diverso una volta libero ed avanti negli anni, tranquillo e socialmente inserito con la sua nuova compagna con la quale viveva in una modesta ma decorosa abitazione in Via Pretorio, periferia occidentale di Venafro. Soprattutto capace di un’azione assolutamente insolita per un ex bandito ed ex detenuto dopo aver scontato 23 anni di detenzione per tutto quanto commesso lui e la sua banda. Ed è con tale citazione che chiudo questa mia modesta testimonianza. Negli ultimi anni della sua tormentatissima vita l’ex bandito, finalmente soggetto tranquillo e socievole, andava a fare opera di volontariato al Carsic, il Centro d‘Azione per il Recupero Sociale degli Invalidi Civili ancora oggi operante all’ex Seminario Vescovile di Via Garibaldi a Venafro. Vi si recava di pomeriggio e restava ore ed ore coi ricoverati. Parlava loro, raccontava, scherzava coi ricoverati, rideva e trascorreva tantissimo tempo assieme a giovani, donne ed uomini ospiti dell’Istituto che lo aspettavano ogni giorno ben volentieri per il suo carattere aperto, divertente e socievole ! Al riguardo, mi resta un rammarico : non aver riportato tale ultimo aspetto della personalità indubbiamente difficile di Agostino Martone nel mio libro “Il Bandito”! L’ho saputo dopo aver dato alle stampe il testo ! Rimedio oggi con questo mio contributo postumo. L’ex bandito molisano degli anni ‘47/’50, ovvero un personaggio difficile, è fuori dubbio ! Come quando mise alla porta dalla stanza della clinica dov’era ricoverato dato l’aggravarsi delle sue condizioni di salute l’unica sua figlia, che vive oggi vive in una città italiana e che era andato a trovarlo, affermando : <Dovevi farti vedere quando, da bandito in carcere, avevo bisogno di te ! Adesso non mi servi più ! Te ne puoi andare !>. E non ebbe più modo di vederla !”.




























