Domenica aperto o domenica chiuso, sembra un dilemma shakespeariano in Molise. Parrebbe che le attività commerciali chiudano i battenti in un turnover di 3/6 mesi, tempi notevolmente corti rispetto a qualche anno fa, in cui tra l’apertura e la chiusura di una qualsiasi attività artigianale o commerciale, passavano circa 24 mesi. Si chiudeva nel secondo anno, in quanto il primo anno le tasse non si pagavano e nel secondo giungevano le gabelle del primo e del secondo insieme, tra fitto, oneri vari e pochi introiti si abbassavano le saracinesche dei negozi con tanti debiti distribuiti nelle famiglie.
Oggi cosa è cambiato in peggio?
Il Salva Italia voluto dal governo Monti ha liberalizzato le aperture dei negozi alle 24ore compresa la domenica. Di questa inutile legge per i piccoli commercianti e artigiani, alla quale non hanno trovato alcun giovamento, ma solo l’affanno di essere impegnati il settimo giorno della settimana inutilmente e senza introiti, almeno nella nostra regione, d’altro canto hanno invece superato tutti i vecchi ostacoli e grandi opportunità i centri commerciali, che continuano a catalizzare l’attenzione dei clienti anche nel giorno comandato dal Signore per riposare.
Questo dovrebbe tradursi in concorrenza sleale per i piccoli operatori del commercio e dovrebbe essere alla base delle chiusure a 3/6 mesi oggi delle partite Iva.
Siamo sicuri che è proprio vero?
Tutti d’accordo, sulla regimentazione delle aperture domenicali, in quanto la domenica da sempre è il giorno del riposo e della preghiera per chi crede.
Mons. Bregantini ha ragione a voler ricondurre a misura la sacralità della domenica e del riposo: “il settimo giorno si riposò”.
Non si possono ignorare comunque, le cause più spicciole che rappresentano il vero problema dei tanti negozi chiusi nei corsi principali delle nostre principali città, laddove vi erano un tempo non tanto remoto, tra gli anni 70/80/90, brillanti negozi che incassavano e davano lustro alle nostre vie, alle nostre piazze, oggi rimane lo squallore di decine e decine di serrande chiuse, in maniera irreversibile.
La verità, è che i negozi nel Molise hanno iniziato a chiudere ben prima della legge “Salva Italia” che ha consentito l’apertura domenicale facoltativa agli esercenti.
Cosa è accaduto negli ultimi anni per indurre alla chiusura centinaia di attività commerciali e artigianali in questa regione come nelle altre?
Le Aziende industriali in crisi costrette a licenziare hanno ridotto la capacità di spesa delle famiglie che spesso non arrivano nemmeno al 15 del mese con i pochi introiti percepiti dalle casse integrazioni e dalle mobilità. Conseguentemente gli incassi per i commercianti si sono ridotti drasticamente negli ultimi anni.
Le realtà commerciali hanno dovuto fare i conti e continuano a farlo con un fisco mannaia che pretende nella migliore delle ipotesi, tra il 65 e il 75% dei profitti e questo è il problema più sentito e causa di chiusure, in questo momento storico. Nei primi mesi di apertura, non si attende infatti che le tasse possano maturare ulteriormente, se l’attività decolla subito va bene, altrimenti stop.
Le altre cause collaterali sono anch’esse drammatiche e scoraggianti.
Le utenze negli ultimi anni e gli oneri gestionali sono aumentati del 50%.
Nella nostra regione, nonostante la crisi i proprietari dei locali pretendono fitti esosi, quindi impagabili.
Se si è titolari di un negozio, si è costretti per non rimetterci a lavorare da soli, per poter portarsi a casa un misero stipendio.
Avere una persona assunta in un negozio, significa non guadagnare nulla.
I commercianti negli ultimi anni soprattutto nel Molise, sono bersagli mobili per ogni tipo di controllo da parte degli organi competenti.
Si è creato un vortice vizioso e assurdo. Più i negozi chiudono, e più aumentano i controlli per chi resta e tenta di resistere: Finanza – Ufficio delle Entrate – Vigili Urbani – Vigili del Fuoco – Ispettorato del Lavoro, Carabinieri devono pur giustificare la loro azione e presenza sul territorio e portare risultati, in termini di obiettivi, che si traducono in multe per i commercianti, a cui risulta molto difficile ottemperare ai numerosissimi oneri richiesti dai diversi organi.
Se nell’apertura di un’attività si è ricorso a debiti per franchising, fee d’ingresso e attrezzature – come accade in molti casi – si aggiungono altre spese che sottraggono ulteriori risorse all’attività commerciale, per queste attività il turnover è ancora di due anni dall’apertura, dove l’esercente entra in crisi e non riesce più a onorare gli impegni economici, verso banche e fornitori.
La popolazione molisana sta emigrando. Non solo i giovani, ma anche centinaia di 40enni e 50enni costretti a trasferirsi all’estero per reggere le famiglie, per non perdere le proprietà acquistate con mutui ventennali in tempi non sospetti di sicurezza lavorativa ed economica. La conseguenza è che vi è sempre meno popolazione nelle nostre città, dato che si traduce in ulteriore mancanza di introiti per i commercianti.
In riferimento a queste notevoli criticità, se la domenica le attività restano aperte o chiuse, scarsa è l’incidenza sul reddito mensile dei commercianti. Come si è visto nel corso degli ultimi due anni, gli unici ad avvantaggiarsi dell’apertura domenicale sono i centri commerciali, nei corsi delle città, chi all’inizio aveva provato ad aprire, ed incassando molto meno dei giorni feriali non ha aperto più i battenti.
Unica soluzione è quella di ridurre drasticamente gli oneri e le gabelle, ma pare che il governo questo risolutivo argomento non lo voglia affrontare.
Pietro Tonti































