di Tonino Atella
Stenti, difficoltà e sopravvivenza per tanti. Agiatezza e possibilità a non finire per pochi. Erano i segni distintivi ed assolutamente contrapposti dei tempi trascorsi in Molise come in tant’altre aree del centro/sud d’Italia. Una ristretta cerchia di persone viveva ed aveva di tutto e di più, mentre la stragrande maggioranza doveva ingegnarsi giorno dopo giorno per “tirare a campare”. “Chi tanto e chi niente !”, si era soliti dire amaramente (ritornello, ad onor del vero, tornato purtroppo tanto in auge oggi giorno !), e non c’era altro da fare che piegare la testa e proseguire, sperando di farcela. Ed allora vediamo da vicino talune di siffatte situazioni esistenziali nient’affatto facili del recente passato nei piccoli paesi molisani, dove appunto le differenze sociali erano tante e ricorrenti che alla fine le si accettava come fatti ineluttabili. Oggi in situazioni di disparità sociale a ragione subito si protesta con tanto di manifesti e rimostranze, il ricorso al sindacato é puntualmente dietro l’angolo, addirittura si va in qualche tv locale a “farsi sentire”, si bussa da qualche media o si chiede ospitalità a qualche organo di stampa per ”gridare” ai quattro venti l’ingiustizia in essere. All’epoca invece i bravi, laboriosi e pazienti nonni e bisnonni di tanti non potevano che sottostare perché c’era da mandare avanti la famiglia e crescere nipoti e pronipoti, per cui … tutti zitti, zappa in mano e bisaccia in spalla a lavorare ! Accanto a tante ristrettezze, ingiustizie e limitazioni, c’erano comunque anche momenti di vita paesana in cui finalmente “ si scialava “, ossia si riusciva a … largheggiare un pochino -per modo di dire, stando a quanto di seguito si leggerà – assaporando finalmente attimi seppure brevi di una esistenza non diciamo eccellente, ma quanto meno dignitosa, pur dovendo in ogni caso accontentarsi delle cosiddette briciole, che erano comunque ben gradite e ben accette stante le persistenti pochezze, le carenze della quotidianità. Ed eccolo un momento topico del recente passato delle nostre parti in cui le ristrettezze, seppure solo per pochi attimi, venivano finalmente accantonate. Momenti che vanno raccontati e ricordati con la lingua e le espressioni in uso nel tempo andato, ossia in dialetto, per dare meglio l’idea di fatti, personaggi e situazioni del periodo. Si era in chiusura di carnevale e quindi alla vigilia del periodo quaresimale, tempo questo che induceva (e induce ancora oggi) a limitazioni pesanti e consistenti per migliorare mente e spirito all’unisono coi sacrifici corporali. Una volta entrata la Quaresima la carne -per chi poteva permetterselo … – era totalmente bandita, per cui qualcosa di buono, migliore, maggiormente gustoso e più saporito andava mangiato, Dio volendolo …, in tempo carnevalesco.

Periodo nel corso del quale personaggi e famiglie agiate, i cosiddetti “signori”, usavano fissare a cerchi in ferro pendenti su strade, piazze e vicoli dei diversi rioni di paese – a Venafro gli anziani di oggi li ricordano al Mercato, alle Manganelle, al Colle, lungo la Via “ P’ Rent’ “, a Cristo e a San Francesco – generi di prima necessità per la “povera gente”, alias la quasi totalità (!), che all’ultimo di Carnevale e prima che entrasse la Quaresima si arrampicava su scale o poggi di fortuna per raggiungere il fatidico e tanto agognato cerchio in alto ed impossessarsi finalmente di quanto pendeva, appeso lì da giorni. Quali questi sospiratissimi generi alimentari finalmente da mangiare ? Niente di trascendentale, nessuna leccornia, ma semplicemente una pagnotta di pane, dei fichi secchi e soprattutto la cosiddetta “carne dei poveri”, ossia un pezzo di baccalà con cui far festa ! Poco? Certo ! Ma tanto bastava ed avanzava, dati i tempi e le situazioni in atto! E la gioia, la soddisfazione, il sospiro di sollievo di chi era arrivato in alto raggiungendo l’agognatissimo cerchio di ferro con tanto “ben di Dio” appeso era tanti che si accompagnava il tutto con la simpatica e indimenticabile canzoncina dialettale che faceva … “Caraesema secca secca/ z’ magnatt’pan’e ficura secca / ch’ n’piezz’ r’ baccalà/ Caraesema vo scialà ! “ (Quaresima povera povera, nel periodo si mangia pane e fichi secchi, ma con un pezzo di baccalà, Quaresima vuole largheggiare). Già, questa e nulla più era la vita di tanti nel recente passato ! Cose da ricordare assolutamente in punto di umanità e dignità degli avi di noi tutti, personaggi eccellenti a tutto tondo !






























