“Ma la gente perché legge così poco in Italia?” questa è l’eterna domanda dell’editoria italiana e, per quanto seminari e tavole rotonde si sprecano, di risposte pratiche ne sono state individuate ben poche, tanto che i risultati o trend come dir si voglia, sono lì a dimostrare il vuoto attuativo rispetto alle idee che si lanciano.
C’è una costante attesa, da parte di tutti i protagonisti professionali che trattano i prodotti editoriali, di un intervento dall’alto, un progetto nazionale, un sostegno ad una campagna o altre simili forme di appoggio per far propagare il virus della lettura nella nostra nazione.
Con il tempo ho avuto modo personalmente, lavorando in biblioteca, di veder passare uno dopo l’altro “maggio dei libri”, “giornate mondiali della lettura”, “giornate per la lettura digitale” e così via di seguito. Le ho viste passare ma non restare. Non si è sedimentato nulla. Non ci sono detriti trascinati da quelle che dovevano essere maree e si son rivelate poco più che piogge di stagione.
La lettura è un piacere, troppo spesso lo trattiamo e lo proponiamo agli altri, a chi magari è disabituato, come un debito formativo; instilliamo in chi non legge il pregiudizio che la lettura sia qualcosa da costruire attraverso tappe istituzionali invece di risvegliare il desiderio della conoscenza, la curiosità verso gli altri, che la lettura, come piacere personale, è in grado di poter suscitare in chiunque.
Abbiamo assistito e fatto la nostra parte anche, come bibliotecari, ci mancherebbe, nelle campagne promozionali che hanno inglobato, di volta in volta, nei loro temi, tutto e niente e forse proprio da queste decennali esperienze possiamo ripartire ma con un passo diverso, con una visione più vera e meno immaginifica della realtà, operando in rete con gli altri certo, ma anche abituandoci a essere propositivi per quelle che sono le esigenze dei nostri contesti locali, quelli che si toccano con mano e si conoscono meglio.
Inutile aspettare miracoli celesti che tocchino tutti e tutto allo stesso modo, per risollevare le case editrici, le biblioteche, gli operatori culturali; la vera novità alla quale dovremmo puntare è l’ascolto personale, face to face, non tanto dei desideri della gente, perché alla fine non siamo certo Babbo Natale, ma delle loro idee. Insomma, per diffondere l’abitudine alla lettura in generale, non necessariamente legata ai libri tradizionali, bisogna fare uno sforzo: conoscere sul serio, dal vivo, chi non legge. Lapalissiano ma inderogabile.
Carmine Aceto






























