La storia umana e di fede dei tre protagonisti, Nicandro, Marciano e Daria, riproponendone provenienza, figure, ruoli sociali ed estremo sacrificio, unitamente ai profondi sentimenti del popolo venafrano nei loro confronti.
Nicandro e Marciano sono ufficiali dell’esercito romano nel quale occupano posti di rilievo con precise responsabilità. Si vuole che superiore di grado sia Marciano, fratello maggiore.
Originari della Mesia, l’odierna Bulgaria, e con truppe da loro comandate vengono destinati nell’importante colonia romana della Gens Julia, Venaphrum, per riportarne gli abitanti al paganesimo essendosene allontanati per il crescente affermarsi del nuovo credo, il Cristianesimo appunto.
Con Nicandro e Marciano raggiungono Venaphrum anche le rispettive spose, Daria, moglie di Nicandro, e Aldina, moglie di Marciano, dal quale questi ha avuto una figlia che all’epoca degli avvenimenti di seguito descritti è ancora in tenera età. I due fratelli, che avrebbero dovuto cancellare in loco il Cristianesimo secondo gli ordini ricevuti da Roma, vengono però a loro volta affascinati dalle innovative idee religiose e ne restano a tal punto colpiti dal rinunciare a sacrificare agli dei pagani abbracciando in toto il Cristianesimo, nonostante gl’inviti perentori di Roma perché perseguitino i residenti nella colonia restii a rinnegare la nuova dottrina.
Daria e Aldina, seppure in maniera diversa, sono anch’esse coinvolte nelle vicende dei rispettivi mariti.
In effetti Aldina, ribadisce in ogni occasione piena appartenenza al paganesimo e cerca in tutti i modi di convincere il proprio sposo Marciano ad abbandonare la nuova dottrina, tornando al paganesimo.
Per riuscire in tale opera si serve della figlia in tenerissima età che continuamente propone al padre, ribadendo più volte al consorte l’opportunità della scelta pagana per questioni di carriera militare e quindi socio/economiche. C’é di mezzo il futuro e la famiglia, sostiene la coriacea e pagana Aldina, per cui conviene assolutamente lasciar perdere il cristianesimo! L’uomo però non l’ascolta, è convinto delle proprie scelte e va avanti deciso.
Diversa la situazione familiare di Nicandro.
Con Daria non ha figli e può contare sul pieno e convinto appoggio della moglie.
Questa lo sostiene apertamente nella lotta contro il potere pagano di Roma, lo aiuta a non cedere alle lusinghe che arrivano dall’Urbe, lo fortifica nella fede cristiana e, quando si approssima l’ora del patibolo, è vicina e determinata al fianco di Nicandro perché questi affermi il nuovo credo senza tentennamenti e con assoluto coraggio in vista del premio della beatitudine eterna.
L’uomo è già convinto di sé e va verso l’estremo sacrificio col sorriso sul volto, così come tutti i martiri cristiani dell’epoca.
Nicandro e Marciano vengono condannati a morte e la loro esecuzione avviene per decapitazione il 17 giugno del 303 d.C., mentre a Roma regna l’Imperatore Diocleziano. Opinione popolare diffusa, ed in quanto tale con valore storico, vuole che il boia abbia colpito là dove sorge oggi una Colonna in pietra sormontata da una Croce, eretta secoli dopo sul piazzale della Basilica del Santo Patrono, periferia est di Venafro, per ricordare il punto esatto del martirio. Identica idea popolare, e quindi analogo riscontro storico, accredita il loro seppellimento nella stessa zona del martirio, in quanto era lì ubicato il cimitero militare romano dell’epoca, dove appunto spettava riposassero i resti dei due fratelli in quanto ufficiali dell’esercito romano. Anche Daria viene condannata a morte per aver ribadito apertamente la fede cristiana.
All’epoca però per le donne non é prevista la decapitazione, pena estrema per gli uomini, e soprattutto il loro martirio avviene di regola in data successiva rispetto ai maschi e con metodi diversi.
Daria comunque é a sua volta martirizzata, ma a distanza di giorni dal marito e dal cognato”.
“Trascorrono secoli, prosegue lo scritto di Tonino Atella, e nel 955 viene eretta una Basilica, ovviamente assai diversa dall’attuale, sul luogo del martirio dei Santi e in ragione della crescente fede popolare dei venafrani e delle popolazioni del territorio circostante. Il luogo di culto è affidato in custodia ai monaci Basiliani, ordine monacale assai diffuso in quel tempo e successivamente scomparso.
All’epoca però dei resti mortali dei Martiri non c’è traccia, ma fede e convinzione
delle genti del posto sono tali da fortificare sempre più l’idea che in loco siano
avvenuti i martirii e come tale bisogna pregare ed aspettare eventi nuovi.
Altre centinaia di anni corrono via, fino a quando circa sei secoli orsono la Basilica é affidata in custodia ai Frati Minori Cappuccini dell’attuale Provincia Monastica di S. Angelo e San P. Pio che oggi la curano con tantissima devozione. E coi Cappuccini nell’attiguo Convento si arriva al 1930 quando, per la determinazione e l’assoluta convinzione di due religiosi dell’epoca, P. Leone Patrizio e F. Angelantonio Carusillo, il primo Sacerdote e Superiore del Convento venafrano ed il secondo Frate di cerca, assieme a volontari del posto si scava nottetempo e per un lungo periodo nel sottosuolo dell’altare principale, senza preavvisi ed autorizzazioni di sorta.
Ed è proprio grazie alle convinzioni ed alla fede dei predetti religiosi, oltre che dei civili volontari al loro fianco, che finalmente viene alla luce il Sarcofago del Patrono San Nicandro, di cui P. Leone e F. Angelantonio erano convintissimi di trovar traccia ! Murati sulla destra del Sarcofago sono rintracciati altri resti umani, mai comunque scientificamente esaminati, che si ritiene appartengano a San Marciano. Del resto, così come tale sepoltura non risulta ufficialmente ispezionata, altrettanto dicasi per il Sarcofago nel quale si ritiene riposino i resti del Patrono.
In passato, aprendo un piccolo varco su un lato e introducendovi qualcuno a fatica un braccio, si vuole che siano state toccate ossa umane. Tra l’altro è da ricordare che parte del Cranio di San Nicandro, evidentemente prelevato dal Sarcofago nella cripta sottostante la Basilica venafrana, trovasi alla Cattedrale di Isernia. Vi fu portato secoli addietro per decisione di un Vescovo Diocesano e da allora lì è rimasto, venerato dai fedeli del capoluogo pentro.
Tornando ai resti mortali custoditi a Venafro, ed è bene ribadire che una crescente voce popolare col tempo diventa storia ossia fatto certo, trattasi senz’ombra di dubbio del giovane e coraggioso ufficiale dell’esercito romano,
Nicandro.
Trascorrono altri tre anni da tali scavi notturni non autorizzati, che tra l’altro si vuole siano costati l’allontanamento definitivo da Venafro dei due religiosi che agirono all’insaputa dell’Ordine Monacale cui appartenevano, e nel 1933 l’allora Superiore del Convento e Custode della Basilica, P. Guglielmo, procede alla sistemazione della Cripta, cui il popolo venafrano decide di conferire massimo decoro. Infatti una bellissima gara di solidarietà fa sì che ognuno a Venafro dia e faccia il massimo possibile per abbellire la Cripta e renderla degna di ospitare i Martiri.
Operai, manovali, fabbri, commercianti, artigiani ect. l’aggiustano, l’abbelliscono e tanti sono coloro che si prodigano. Tra questi, due vanno segnalati: il fabbro Nicola Atella, che realizza e dona alla Basilica l‘attuale struttura di ferro a protezione del Sarcofago del Patrono, e l’artigiano Arduino Cardines, che con le proprie mani dà forma al lampadario in ferro battuto (diametro ca. 2 mt., con 10 punti/luce) posto al centro della Cripta, illuminandola magnificamente.
Intanto prende corpo una suggestiva convinzione popolare: ossia che la Santa Manna, liquido che si raccoglie prodigiosamente e nei momenti più impensabili dell’anno in una pietra concava in fondo al pozzetto sottostante l’altare storico principale della Basilica e a ridosso del Sarcofago del Patrono senza essere collegata con alcuna condotta idrica, si accredita sempre più la convinzione popolare -si diceva- che la Santa Manna abbia qualità miracolose. Il popolo di Venafro e dei centri limitrofi attribuisce al liquido poteri miracolosi, tanto da berne, cospargerla sul corpo dei sofferenti e porgerla ai malati allettati perché guariscano. I voti offerti nel corso dei decenni al Convento a significare le grazie ricevute ed esposti a lungo nel porticato -oggi rimossi a seguito di recenti lavori di ristrutturazione del sito religioso, ma che presto dovrebbero tornare ad essere esposti giusti i desiderati unanimi, confermano il convinto e fermo credo popolare verso i Santi Protettori e quanto si raccoglie a ridosso del Sarcofago del Santo Patrono, vale a dire la prodigiosità miracolosa del liquido in questione.
Nel corso dei decenni del primo ‘900 la fede nella Santa Manna è tanta e crescente che i devoti in continuazione (attualmente però manca da oltre un quinquennio ed il riscontro non piace affatto ai venafrani) ne chiedono ai Frati Cappuccini i quali volentieri la distribuiscono.
Ripensando invece a quando era continuativamente presente in Basilica, la Santa Manna diventa una costante della fede popolare e dei comportamenti quotidiani dei venafrani e delle popolazioni limitrofe, suscitando interessi diffusi. Ad onor del vero non manca chi, scettico sulle qualità superiori della Santa Manna, chiede che il liquido venga analizzato scientificamente in laboratorio per accertarne la natura, ma sin’ora questo ufficialmente non é stato fatto dalla Chiesa e con tutta probabilità le cose tali resteranno, anche se nel recente passato da parte di un Vescovo della Diocesi d’Isernia/Venafro si tentò di farne analizzare un quantitativo minimo presso un laboratorio di analisi nel capoluogo partenopeo.
Il tutto però non giunse ad una conclusione certa, data la quantità minima del liquido portato ad analizzare e da allora nessuno più ha ritenuto di ripetere studi, accertamenti e quant’altro.
Ad ogni buon conto per i venafrani, e non solo per loro, la convinzione è che la Santa Manna sia presente (quando c’è …) in fondo al pozzetto a ridosso del Sarcofago del Patrono quale testimonianza -è questa l’opinione diffusa dell’amore e della vicinanza del Santo alla città e alle opere dei suoi abitanti in ragione della loro positività.
Presenza preziosa e rilevante quindi, quella della Santa Manna, a conferma della fede popolare.
Ma intanto da cinque anni ed oltre manca ed il riscontro, come detto, non è giudicato affatto positivamente dai venafrani. Sul tema, di certo delicato, i Frati Cappuccini che oggi vivono a Veafro invitano tutti a pregare affinché la Santa Manna torni ad apparire in Basilica, quale segno dell’apporto del Santo Patrono all’attualità cittadina”.
“Ad attestare l’assoluta rilevanza ed il prestigio storico dei Santi Martiri di Venafro –scrive Tonino Atella a conclusione della propria “Storia umana e di fede dei Santi Martiri di Venafro Nicandro, Marciano e Daria e dei sentimenti popolari” pubblicata in tre puntate, va detto dei personaggi di spicco di epoche trascorse che hanno visitato e si sono genuflessi dinanzi ai resti mortali dei Santi venafrani.
Nel 1268 Carlo d’Angiò raggiunge la Basilica di San Nicandro alla vigilia della battaglia di Benevento, prostrandosi al cospetto dell’altare della Cripta allora esistente. Papa Nicola IV nel novembre del 1290 concede indulgenza plenaria a quanti visitano la predetta Basilica, il che testimonia l’importanza di tale luogo di culto nel corso dei secoli. Tra fine ‘800 ed inizio ‘900 si hanno invece interventi sostanziosi nella Basilica, con l’ordine dei Frati Minori Cappuccini che si distingue nella realizzazione del magnifico ed imponente altare ligneo centrale. In effetti tali religiosi nei luoghi di culto loro affidati sono soliti occuparsi degli allestimenti degli altari, cosa avvenuta anche a Venafro, dove i Frati col francese P. Bernardino da Mentone, al secolo Pietro Campana, realizzano l’altare ligneo principale della Basilica, al cui interno è situato l’artistico tabernacolo. Giusto anni addietro lo stesso altare, intaccato dall’inesorabile trascorrere del tempo, è stato oggetto di cure e restauri da parte di apposito studio di professionisti tarantini, costituito da giovani ed assai affidabili restauratori ambosessi che ne hanno rilanciato e fatto emergere tutta la suggestione e la storia cristiana che la pregevole opera racconta. Vediamo in dettaglio tale storia.
In alto è raffigurato San Michele, ai lati troviamo statue lignee di monaci, esattamente a sinistra San Fedele da Sigmarinda e a destra San Felice da Cantalice. Quindi affreschi sacri tutt’intorno al tabernacolo e al centro la magnifica pala del pittore olandese Dirk Hendrickz, italianizzato in Teodoro d’Errico, che raffigura in alto la Vergine col Bambino e in basso San Francesco e i Santi Martiri Nicandro e Marciano in atto di adorazione. Manca Santa Daria ! Al riguardo, spiegazioni ufficiali mai nessuno le ha fornite. La supposizione é che, non essendo secoli addietro la figura di tale donna Martire ufficialmente riconosciuta dalla Chiesa, si ritenne (forse) di ossequiare siffatta ufficialità omettendo di rappresentare nella tela anche Santa Daria. I venafrani comunque sono oggi convinti e determinati a tutt’altro ! Venerano Santa Daria alla pari del suo sposo San Nicandro e del cognato San Marciano, ritenendoli tutti e tre e in ugual misura i Santi Martiri della Città.
Il resto poco o nient’affatto interessa !
L’attualità della fede popolare a Venafro, storicamente continuativa nel corso del tempo, si estrinseca in momenti unici e particolari, come il cosiddetto “Mese di San Nicandro” (17 maggio/17 giugno), cioè le trenta mattine all’alba (s’inizia alle h 5,30 col SS. Rosario e si prosegue con la S. Messa) di preghiere e celebrazioni in Basilica quale preparazione spirituale alle ricorrenze patronali di metà giugno. Ed ancora, sino a qualche decennio addietro il popolo di Venafro nella giornata del 17 maggio era solito festeggiare “ Sant’ Ncandriegl’ “, in dialetto “il piccolo San Nicandro”, con serata d’intrattenimento civile al Mercato, il salotto buono della Venafro antica, quale significativa introduzione al mese che portava alle solennità di metà giugno.
Un modo tutto paesano, simpaticissimo e di schietto coinvolgimento socio/umanitario per avvicinarsi al successivo trittico festivo ufficiale di fine primavera. Nel contesto della storica fede popolare cittadina da segnalare senz’altro l’Opera di San Nicandro, l’antico dramma sacro su vita, messaggi ed estremo sacrificio dei Santi Martiri attraverso la narrazione scenica della loro esistenza terrena. Trattasi di lavoro teatrale proposto di solito con cadenza triennale nella settimana precedente il trittico festivo di metà giugno ed inteso come avvicinamento ideologico di ciascun credente alle celebrazioni patronali, in maniera da vivere queste ultime con la devozione, la partecipazione e la fede dovute. L’Opera, che nel passato si rappresentava dinanzi alla chiesa di San Simeone al Mercato con scene, attrezzature e costumi forniti dal commerciante Giovanni Atella, devotissimo ai Santi Martiri, oggi viene allestita ed interpretata da persone di diversa età ed estrazione sociale di Venafro e dintorni nel centro storico cittadino, in prevalenza sulla suggestiva piazzetta dell’Annunziata, servendosi come ambientazione degli esterni, della scalinata d’ingresso
e del sagrato dello stesso luogo di culto, siti assolutamente propizi per siffatta rappresentazione.
Nel passato era tanta la passione popolare per l’Opera che molti, fanciulli in testa, la conoscevano a memoria ed erano soliti ripeterne parole e parti mentre gli “attori” la recitavano, addirittura qualche volta anche anticipandone le battute e le parole.
Si viveva cioè per e dell’Opera che era nel dna di ciascun venafrano, tanto minori che adulti. Così come i suoi interpreti acquistavano negli anni notorietà e benemerenze popolari per le loro applauditissime recitazioni, alcune delle quali rimaste pagine indelebili della storia e delle tradizioni popolari venafrane.
Il prosieguo della testimonianza dell’autore venafrano : “Ed eccoci al trittico festivo del 16,17 e 18 giugno.
In effetti il culmine di siffatta fede popolare verso i Santi Martiri di Venafro è rappresentato da due momenti particolarissimi. Il primo, il solenne Pontificale del 17 giugno mattina in Basilica con l’offerta da parte del Sindaco di ceri e chiavi della Città nelle mani del Vescovo Diocesano a significare il positivo connubio tra potere civile e religioso, e soprattutto la piena e convinta dedizione dei venafrani ai loro Santi Nicandro, Marciano e Daria, ai quali affidano protezione e futuro della Città e della sua popolazione. Il secondo, la solenne e partecipatissima (migliaia sono puntualmente i fedeli ambosessi e di ogni età al seguito) processione conclusiva del 18 giugno che intorno alle 20,30, e subito dopo l’effettuazione dell’asta popolare (in dialetto venafrano, l’“ammessa”) sul piazzale del luogo di culto dedicato al Santo Patrono per aggiudicarsi l’onore e l’onere di mettersi in spalla statue e reliquie dei Santi Martiri, riporta arredi e simulacri sacri alla SS.ma Annunziata nel cuore del centro storico intonando lungo il tragitto, in occasione delle fermate apposite, decine di volte in coro il bellissimo “Sciogliam di lode un cantico o popol venafrano …”. Trattasi dell’Inno popolare in onore dei Santi Martiri, scritto nel 1881 dal poeta Raffaele Atella e musicato dal canonico Domenico Criscuolo, entrambi venafrani.
Il testo dell’Inno:
“Sciogliam di lode un cantico, o popolo venafrano, aì prodi eroi magnanimi Nicandro, Marciano ! E a lei che di vittoria la palma riportò ; e a lei che forte intrepida lo sposo pareggiò. Ben tra gli astri, o incliti, regnate in sull’Empiro ove drizzaste fervidi i passi ed il desiro. Deh ! Ci reggete impavidi sani di mente e cor, di mente e cor finché di Dio la gloria per Voi godrem, godremo ancor !”.
Si è in pieno romanticismo all’atto della stesura dei versi dell’Inno che appunto è forte nei contenuti, coinvolgente e capace di esprimere sentimenti di fede assolutamente belli.
Nella corso di tale processione conclusiva dei festeggiamenti il popolo porta in spalla il simulacro della Testa/Reliquario di San Nicandro, le Reliquie di Santa Daria (più esattamente trattasi di reliquie di martiri cristiani prelevate dalle catacombe dell’antica Urbe, “battezzate” da Santa Romana Chiesa quali reliquie di Santa Daria e da allora riconosciute tali dalla popolazione venafrana) ed il veneratissimo Busto argenteo del Patrono San Nicandro, rifatto ex novo nel 1987 su mandato popolare dallo scultore di origini molisane -esattamente di Vastogirardi nell’isernino, Alessandro Caetani dopo il furto (giugno 1986) rimasto irrisolto dello splendido originale della Scuola Orafa Napoletana del ‘600, sempre nella memoria di tutti per il coinvolgente e schietto sorriso stampato sullo storico simulacro argenteo seicentesco raffigurante il volto del giovane ufficiale dell’esercito romano convertitosi al cristianesimo, “colto” sorridente dall’artista giusto com’erano soliti fare i martiri cristiani nell’andare incontro al patibolo pagano.
E il simulacro che ricordi San Marciano ?
Non c’è perchè Venafro non ha alcunché che raffiguri il fratello maggiore del Patrono! Anni addietro un gruppo di volenterosi cittadini si attivò per avviarne la realizzazione, chiese udienza e s’incontrò con l’allora Vescovo d’Isernia/Venafro, Mons. Visco, il quale elogiò idea ed iniziativa definendole “lodevoli e da portare avanti”. I primi impegni successivi furono positivi e la gente di Venafro sposò d’acchito la causa, condividendone le finalità. Subito dopo però intervennero fatti e personaggi che finirono per bloccare il tutto, affossando ogni cosa. Qualcuno asserì, assai inopportunamente, “meglio lasciar perdere, ci sarebbero troppe statue da portare in processione!”. Altri invece dissero, “piuttosto si realizzi un mezzo busto in pietra, collocandolo in qualche spazio di verde pubblico della città”. Un gran peccato siffatti atteggiamenti, perché appariva ed appare giusto a molti che il popolo di Venafro disponga anche del simulacro che ricordi San Marciano. Non resta perciò che sperare in un futuro non lontano la ripresa della bellissima iniziativa popolare per la realizzazione della Statua di San Marciano in modo tale che la città possa fregiarsene, completando il novero di Reliquie e Simulacri dei propri Santi”.
In chiusura scrive Atella: “Anche per il 2022 Venafro nella sua totalità sarà pronta ancora una volta a celebrare e festeggiare i propri Santi Martiri Nicandro, Marciano e Daria, affidandosi a loro per un futuro ottimo”.






























