La fortuna dei blog sembra appassire sempre più, i social media più immediati, più virali, più coinvolgenti (insomma parecchi più quantomeno a parole), relegano in un cono di luce minimo tutti quei contenuti personali generati con intenzioni diverse da quelle di acquisire follower, like o condivisioni.

Si investe sui titoli, sulla brevità non sempre lucida e onesta degli stessi, sulla forma sincopata e disarticolata, per essere visti più che letti, seguiti più che compresi o discussi e si punta diritto alla verve polemica, allo scontro tribale o alla manifesta idiosincrasia per tutto ciò che obbligatoriamente, per convenzione o convenienza sociale del momento (chiamatela pure moda, anche se della moda non ha alcun paradigma di stile), va affrontato con l’arma dell’ironia più insolente, quella stessa ironia che usata e citata fino allo sproposito, sta contribuendo a far perdere ogni valore alla riflessione sui fatti, sulle frasi, sulle singole parole.

Ci si sta allontanando da quelle praterie che il web doveva aprirci, ci stiamo rinchiudendo da soli nelle riserve delle app, nelle “vicinanze corrisposte” fatte di “mi segui-ti seguo”, spazientendoci di tutto ciò che non sia un dare avere immediato e legato a retweet con doverose citazioni gli uni degli altri. Il web non serve più o non viene più visto come un mezzo per avvicinarci a chi non conosciamo, per entrare in contatto con gli altri, quel tipo di altri diversi e lontani da noi, ma come un mezzo per ricreare virtualmente lo stesso tipo di comunità che frequentiamo sul nostro pianerottolo aprendo la porta di casa. Ripetiamo le stesse dinamiche di conoscenza con le stesse persone, ma con una foto profilo ben scelta e un motto da Baci Perugina

La verifica delle fonti, che non è solo capire se una cosa è vera o falsa ma indagare i motivi e le origini di un’informazione o di una notizia di qualunque tipo essa sia, la parte più lunga di qualunque elaborazione culturale, informativa, sociale, viene scambiata per e con tre letterine seguite da un punto, ovvero “cit.”. Qualcuno potrà obiettare con giusta convinzione che i blog erano diventati nel tempo altrettanto autoreferenziali, incentrati sulla mania di protagonismo e di proselitismo che poi un po’ tutti abbiamo fatto trasmigrare sui social in men che non si dica, ma la misura differente sta però proprio nel tempo di risposta, nello scarto sempre minore che esiste tra stimolo ricevuto e post sul web. Le due cose oramai procedono di pari passo, non c’è più una riflessione iniziale ma una riflessione a margine o una modifica costante e continua dei punti di vista, delle notizie e delle situazioni che però nasce non dall’approfondimento ma dalla necessità di non scontentare chi ci segue, di rispondere a qualche critica, di non lasciare il punto a chi ci commenta.

L’interattività che ci viene contrabbandata è usata sui social per lo più per rinviare all’infinito qualsiasi approfondimento diretto. Non ci interessa ragionare su quel che dobbiamo andare ad esprimere, ci interessa esprimerci, se non proprio apparire, per impattare gli altri. La colpa non è dei social, la colpa è delle discussioni che ne facciamo intorno, della fame di raccontare quel che facciamo più che quel che veramente conosciamo e pensiamo, di questo storytelling infinito che anche dall’alto viene fatto apparire come una misura delle capacità d’innovazione di un’intera generazione, portandoci lontani anni luce dalla realtà quotidiana che parla di una nazione dove mancano connessioni minime efficienti.

Oramai anche quando ci esponiamo per così dire personalmente, lo facciamo per mostrarci, una sorta di edonismo virale che non ha capo né coda e che, come dimostrano i fatti e non le chiacchiere di “markettari” da uffici commerciali, porta pochissimo in termini di risultati. I blog nella loro epoca nativa erano produttori di contenuti più che di template, erano più anima che il vestiario per ricoprire un corpo digitale diventato oggi una condizione imprescindibile per poter svolgere attività e professioni che possano essere considerate “cool”.

Ma di quell’anima cosa resta? Ci siamo cannibalizzati a vicenda o meglio, peggio ancora, ci siamo depezzati da soli, in tanti profili social diversi, per disperderci nelle nostre bocche che si sono moltiplicate insieme ai dispositivi con cui cerchiamo sempre, ossessivamente, non il contatto, ma la risposta, la considerazione degli altri.

Carmine Aceto

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