di Redazione
In Molise basta qualche milione utile a garantire la sopravvivenza del sistema per assistere puntualmente alla stessa scena: comunicati trionfali, sorrisi istituzionali, dichiarazioni solenni e politica in festa. Le solite briciole vengono raccontate come svolte storiche, mentre l’emergenza cronica viene trasformata artificialmente in successo politico. L’ultima celebrazione riguarda i 90 milioni destinati alla sanità molisana attraverso il decreto fiscale approvato al Senato, misura salutata dal Presidente Francesco Roberti come prova dell’attenzione del Governo verso il Molise. Ma anche qui la narrazione politica rischia di essere molto diversa dalla realtà. Perché dei 90 milioni annunciati, soltanto 18 milioni sarebbero da considerarsi come anticipazione nella fase iniziale del Piano Operativo. Tutto il resto è vincolato a verifiche, obiettivi, passaggi tecnici e procedure ancora da completare. Eppure, il racconto politico è già quello della “grande vittoria”. Ed è qui che emerge il vero problema: in Molise si continua a trasformare ogni intervento tampone in propaganda istituzionale, mentre la sanità pubblica resta intrappolata in una crisi strutturale che dura da quasi vent’anni. Perché il vero nodo della questione non sono i 90 milioni annunciati – e nemmeno i 18 milioni anticipati – ma il fatto che il commissariamento della sanità pubblica molisana si sia trasformato in un fallimento permanente che non sta producendo alcun vantaggio reale per la Regione. Ed è questo il punto politico più grave. Il commissariamento nasceva con obiettivi chiari: risanare i conti, migliorare i servizi, rendere più efficiente il sistema sanitario regionale e riportare il Molise dentro una gestione ordinaria. Doveva essere una misura straordinaria e temporanea. È diventato invece uno stato permanente di emergenza. Dopo diciassette anni, il bilancio è sotto gli occhi di tutti. I conti continuano a rappresentare un problema irrisolto. Gli ospedali sono stati progressivamente impoveriti. I servizi sanitari ridimensionati. Il personale insufficiente. Le liste d’attesa sempre più lunghe. La mobilità passiva continua a svuotare il Molise, costringendo migliaia di cittadini a curarsi fuori regione. E allora bisogna avere il coraggio di dirlo con chiarezza: il commissariamento non sta funzionando, la politica regionale non sta funzionando! Ai molisani è stato raccontato che i sacrifici erano necessari, che i tagli fossero inevitabili e che la gestione straordinaria avrebbe portato benefici futuri. Ma quei benefici non sono mai arrivati. Al contrario, il commissariamento si è trasformato in una gestione continua dell’emergenza: si taglia, si rinvia, si tamponano le crisi, ma non si costruisce mai una vera prospettiva di rilancio della sanità pubblica. Nel frattempo, interi territori vengono progressivamente abbandonati. La chiusura dell’Emodinamica dell’Ospedale San Timoteo, il ridimensionamento dell’Ospedale Caracciolo e la chiusura del punto nascita di Isernia rappresentano il simbolo più evidente di una sanità che continua ad arretrare invece di rafforzarsi. Ma accanto al fallimento del commissariamento esiste un altro problema enorme: l’inerzia della politica regionale. Perché in tutti questi anni la Regione Molise ha troppo spesso subito le decisioni romane invece di contrastarle davvero. E questa è una responsabilità politica che non può più essere ignorata. Un Presidente di Regione non dovrebbe limitarsi a ringraziare il Governo per risorse necessarie appena a evitare il collasso. Dovrebbe pretendere normalità istituzionale, autonomia e rispetto. Dovrebbe battere i pugni sul tavolo. Dovrebbe spiegare ai cittadini perché il commissariamento continua dopo quasi vent’anni. Dovrebbe aprire un confronto pubblico sul fallimento della gestione straordinaria. Dovrebbe difendere concretamente i territori colpiti dai tagli. Invece troppo spesso si assiste a una politica regionale che rincorre l’emergenza senza mai mettere realmente in discussione il sistema che l’ha prodotta. Le dichiarazioni indignate durano pochi giorni. Gli annunci si moltiplicano. Poi cala il silenzio. Che fine ha fatto, ad esempio, il ricorso annunciato contro la chiusura dell’Emodinamica del San Timoteo? Che fine ha fatto la battaglia contro il ridimensionamento del Caracciolo o contro la chiusura del punto nascita di Isernia? I cittadini aspettano ancora risposte concrete. E mentre la politica discute e celebra annunci da 90 milioni, la realtà dice che al momento soltanto 18 sono i milioni promessi nella fase iniziale del Piano Operativo. Il resto, almeno per ora, resta soprattutto un annuncio politico. Nel frattempo, i molisani continuano a pagare il prezzo più alto: ospedali impoveriti, servizi ridotti, visite rinviate, carenza di specialisti e in migliaia costretti a lasciare la regione per ottenere cure adeguate. La verità è che oggi, questa classe dirigente, non sa gestire l’emergenza senza assumersi fino in fondo la responsabilità politica delle scelte. Una classe politica seria, invece, dovrebbe avere il coraggio di dire basta. Perché se dopo diciassette anni il Molise è ancora commissariato, significa che questo modello ha fallito. E continuare a festeggiare piccoli stanziamenti come fossero conquiste epocali significa semplicemente abituare un’intera regione all’idea che sopravvivere sia già un successo. Il problema è proprio questo: in Molise ci hanno insegnato ad esaltare anche ciò che altrove verrebbe considerato un fallimento. E finché si continuerà a gestire la sanità senza visione, senza coraggio e senza assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, il Molise continuerà a restare la periferia sanitaria sacrificabile di questo Paese.





























