La Rete affronta da alcuni anni un cambiamento strutturale significativo sul quale forse ancora poco si sta riflettendo in modo concreto. Un cambiamento che non è contenutistico o qualitativo, come piace a tanti porre in evidenza e discernere, ma è più che altro incentrato su un’evoluzione dell’architettura di trasmissione delle informazioni che sta subendo variazioni importanti a livello teorico e pratico, talmente importanti da riuscire a mutarne la natura stessa. Mi riferisco, in principal modo, alla crescita esponenziale di un modo di intendere il web già di fatto passato da una governance globale ad un livello nazionale.

Senza voler rinverdire romanticamente i fasti dei primi smanettoni della Rete di molti decenni fa, è indubbio che una riflessione sul profilo non più globale che internet sta assumendo da qualche anno propone, oltre che delle tematiche metodologiche, anche delle variazioni nelle dinamiche comunicative che vengono utilizzate per sviluppare nel web le proprie dimensioni personali o professionali.

Sempre più ci preme conoscere e diffondere informazioni che accadono nelle nostre immediate vicinanze, quel senso di spazio infinito e indefinito che la Rete dava ai suoi primordi frequentatori si sta frammentando in una nuova strutturazione di web nazionali, nati sotto la spinta di una ricerca continua e impeccabile di modelli di sicurezza di navigazione inviolabili.

Dietro l’ambigua garanzia della sicurezza online le autorità costituite hanno di fatto messo il loro piede ben fermo nel mondo del web, riuscendo a renderlo una colonia della propria legislazione, facendo passare anche i controlli più antidemocratici come esigenze di sicurezza nazionale. Insomma, uno stato di allerta generale che in alcune nazioni, tra le quali l’Italia, ha bloccato, grazie a farraginosi decreti, lo sviluppo e la comprensione dell’utilità del wifi come della banda larga e di tante altre operazioni tecnologiche che avrebbero portato consapevolezze sociali e sviluppi economici ben diversi dagli attuali, senza pretendere di credere che avrebbero salvato il mondo moderno, ovvio.

In special modo le reti web nazionali messe a punto per monitorare e isolare gli IP nazionali, ovvero gli indirizzi assegnati ad un determinato paese, oltre a creare una bolla informativa che isola in entrata e in uscita le realtà nazionali, come accade ad esempio in Cina ma anche in altri diversi paesi Asiatici, con architetture tecnologiche di trasmissione così fortemente geo-localizzate riproducono un nazionalismo culturale che è l’antitesi stessa della natura originaria della Rete.

Il World Wide Web non esiste più, la critica sociale anche la più evoluta e attenta finisce per elencare pregi e difetti partendo dai messaggi e dai contenuti lasciati in linea, ed in base a questi definisce negativa o positiva l’influenza di internet nella nostra quotidianità, ma davvero possiamo accontentarci di una visone così parziale della problematica comunicativa senza tener presente che, tanto per fare un esempio dei più eclatanti e ripresi, la cura linguistica e grammaticale di ciò che gli utenti producono in rete è molto probabilmente correlata all’idea di pubblico che ritengono di dover contattare, ovvero amici, gente che già li conosce e che non farà fatica a capirli, nè baderà alla forma espressiva da loro utilizzata. Un universo piccolo e non distante nè in termini spaziali nè temporali da quello che abbiamo a portata di gomito anche quando siamo offline.

La struttura di navigazione delle nuove reti web ha stimolato queste pulsioni al vicino ritenendole più sicure per la sopravvivenza degli status sociali ed economici già costituiti rispetto ad una visione senza limiti e confini, o meglio ancora dogane. Così, anche i social network maggiori, Facebook su tutti, ti mettono in relazione con il tuo amico, delimitano un territorio nel quale puoi muoverti con chi conosci già, ma ti avvertono di non entrare in relazione con chi non è già un tuo contatto reale.

Carmine Aceto

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