di Antonio Martone

​Dopo cinque anni di attese, promesse e tavoli tecnici, la riconversione dello stabilimento di Pozzilli approda a un progetto “rimodulato”.

Ma con il fondo perduto che crolla da 30 a 13 milioni, il rischio è che a restare “circolari” siano solo le chiacchiere, mentre il futuro dei lavoratori rimane al punto di partenza. ​La storia dello stabilimento ex Unilever di Pozzilli sta diventando il caso di scuola di come la transizione ecologica italiana possa trasformarsi in un labirinto burocratico ed economico. Quello che doveva essere il fiore all’occhiello del riciclo chimico europeo (il progetto P2P – Plastics to Polymers) appare oggi, dopo 60 mesi di stallo, come un’opera dimezzata ancora prima di nascere.​Tra proclami trionfali e tavoli istituzionali che spesso sembrano delegittimati dalla prova dei fatti, il territorio molisano si trova davanti a un bivio identitario: abbiamo vinto o siamo stati vinti  ​L’ultimo atto di questa vicenda è racchiuso in una parola che, nel gergo ministeriale, suona asettica ma che nella realtà è una mannaia: rimodulazione. ​Il dato è scioccante: il fondo perduto destinato a sostenere la riconversione è passato dai 30 milioni di euro inizialmente previsti a soli 13 milioni. Un taglio netto del 56% della dote finanziaria pubblica. Qui il dubbio smette di essere politico e diventa puramente industriale: è possibile mantenere la stessa capacità produttiva con meno della metà dei fondi? ​Quale tecnologia verrà effettivamente installata con un budget così drasticamente ridotto? ​Siamo davanti a un reale polo d’eccellenza o a un sito di “assemblaggio e stoccaggio” con scarso valore aggiunto? ​Il cuore del problema resta il destino dei 58 lavoratori che attendono il passaggio da Unilever a P2P. La matematica industriale è crudele: meno investimenti in impianti complessi significano solitamente meno necessità di manodopera specializzata. ​Se l’investimento cala, la sostenibilità di un organico di 58 persone vacilla. Il rischio concreto è che la “vittoria” tanto sbandierata ai tavoli si trasformi in una Vittoria di Pirro, dove il posto di lavoro è garantito sulla carta ma non trova riscontro in una fabbrica realmente operativa e competitiva. ​Cinque anni di ammortizzatori sociali hanno logorato le famiglie, ma la rimodulazione al ribasso logora la speranza. Non si può gridare al successo se il motore della nuova fabbrica viene depotenziato prima ancora di essere acceso. ​Mentre ci si interroga sulle responsabilità, il territorio subisce un impoverimento lento e silenzioso. Un tavolo istituzionale che accetta un dimezzamento dei fondi senza colpo ferire è un tavolo che ha perso il suo potere contrattuale. ​Oggi, l’ex Unilever di Pozzilli non è più solo una vertenza aziendale, è il simbolo di una domanda senza risposta: la riconversione serve a salvare il lavoro o a salvare la faccia di chi ha gestito la transizione? ​Gridare alla vittoria oggi, con 17 milioni in meno in cassa e un cantiere ancora fantasma, appare un esercizio di ottimismo temerario. Se il punto di arrivo, dopo 5 anni, è un progetto ridimensionato e un futuro ancora legato alle proroghe degli ammortizzatori, allora la risposta al dilemma è amara: forse non siamo ancora stati vinti, ma di certo non stiamo vincendo. Tutto ciò, salvo emissione della determina da parte di Invitalia e accettata dalla P2P che, nei fatti annullerebbe il Ricorso al Tar Molise.

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