di Conchita Sannino (la Repubblica)
Sospettati di aver creato una corrente anti Fico. Il Tribunale: non violarono alcuna regola. Possibile risarcimento.
La loro espulsione dal Movimento a 5 Stelle, alla vigilia delle elezioni regionali amministrative del 2016, fu “illegittima”. Per il giudice Nicola Graziano del Tribunale civile di Napoli, quei sei attivisti partenopei devono essere quindi “immediatamente riammessi”. Antonio Ciccotti, Massimo Acciaro, Salvatore Cinque, Paolo Staffieri, Marco Sacco e Roberta Ionta – tutti difesi dagli avvocati Lorenzo Borrè e Francesco Albero – sono stati infatti “lesi” dallo staff del Movimento, all’epoca guidato da Grillo & Casaleggio, “nel loro diritto a partecipare alle procedure di scelta delle candidature alla carica di Consigliere comunale e di Sindaco”.
In poche parole: fatti fuori proprio mentre nella parte del campo pentastellato si giocavano le “comunarie”, incentrate soprattutto nell’area che si riconosceva nella leadership cittadina di Roberto Fico, attuale presidente della Camera, ben prima che Luigi Di Maio diventasse capo politico e candidato premier del M5S. Si chiude così con un verdetto a favore dei presunti “manipolatori”, l’ultima parte della causa che ha visto per due anni contrapposti i fronti nemici: da un lato Grillo e Fico, dall’altro 22 militanti espulsi. Di questi ultimi, 16 hanno deciso due mesi fa di ricomporre la lite con una transazione, che ha previsto il loro reintegro nel M5S grazie anche ad una lettera di “scuse”, tuttora segreta. Un accordo dal quale si erano sfilati i sei irriducibili, che oggi incassano il punto a favore.
Spese compensate, ma la sentenza spalanca la possibilità di una richiesta di risarcimento. Cacciati perché accusati di aver promosso “una corrente segreta” formando l’associazione “Napoli Libera”, ma per il magistrato i militanti “non hanno posto in essere alcuna violazione delle regole”. Soddisfazione Borrè: “La sentenza fa il paio con quella del Tribunale di Roma del febbraio 2018 che aveva riconosciuto analoghe lesioni dei diritti di elettorato passivo di due attivisti romani”.
Tuttavia, alla vittoria giudiziaria si affianca una mezza sconfitta politica. Il verdetto romano a suo tempo segnalava un deficit di democrazia, il giudice napoletano non accoglie la tesi, anzi scrive: “Nè puo’ sostenersi che anche all’interno dell’associazione non viga un principio di dialettica democratica: è legittimo che una forza politica scelga di non consentire al proprio interno delle correnti”. Per il giudice, un tale sistema “lungi dall’essere antidemocratico, serve ad assicurare coerenza dell’azione politica di tutti gli iscritti”.






























