Se l’onda lunga del selfpublishing deve ridefinire il rapporto tra autore e lettore oltre che quello tra autore ed editore, una particolare attenzione bisognerebbe averla per l’individuazioni di canali e reti comunicative che permettano un contatto nuovo e dinamico tra le varie parti in causa. I social network, ognuno con le sue specificità, non sono già tramontati ma spesso risultano ingolfati da fin troppi contenuti che non sempre sono filtrabili in maniera opportuna per esser certi di poter, attraverso di essi, intraprendere una comunicazione produttiva con chi ci segue.
La prima cosa da fare è come sempre puntare sulla qualità più che sulla quantità. Nel senso che appare sempre più opportuno coltivare nei social media in modo personale la propria rete di contatti, ovviamente ciò non significa scambiarsi reciprocamente recensioni, like e quant’altro, per puro spirito corporativo o peggio ancora per presunta strategia di marketing. Questo genere di cose dopano in modo economicamente inconsistente l’ecosistema che ogni autore indipendente dovrebbe mirare a proteggere non con fisime da proibizionista sia chiaro, ma con uno spirito di fedeltà verso la propria opera e, conseguentemente, verso chi lo segue nel proprio percorso di scrittura.
Risulta così chiaro che prima di eclissarsi dietro le propaggini digitali, un autore che fa selfpublishing deve ambire a qualcosa di diverso. La diatriba su editoria nuova e vecchia si è cullata per già troppo tempo sul falso problema della risorsa, ovvero sul tramite dal cartaceo al digitale, con il quale si propagano le storie, ma la vera innovazione come sempre viene blandita e tenuta a bada perché è ben più deflagrante di quella tutta tecnologica che si preferisce apostrofare con veemenza in ogni dove.
La vera innovazione è il nuovo ruolo che l’autore e il lettore insieme possono raggiungere grazie allo sviluppo di forme tecnologiche diverse e ai cambiamenti di un sistema di divulgazione, informazione e distribuzione di contenuti culturali e quindi anche editoriali, non più necessariamente ed esclusivamente rintracciabili nel pugno chiuso di pochi.
Il selfpublishing è su questo punto che deve continuamente rimodulare e focalizzare la propria vena innovativa. Sul portare a distanza ravvicinata scrittori e lettori, una vicinanza che non sia condiscendenza ma che permetta maggiori possibilità di scelta per i lettori e di scrittura per gli autori, non più vincolati all’unico dettame editoriale di moda.
Purtroppo, lasciando deragliare il discorso del selfpublishing unicamente sulla natura digitale della produzione degli autori che scelgono questa strada, si perde di vista l’obiettivo finale, la condivisione e la possibilità di scelte culturali più ampie. Per questo, magari, sarebbe bello iniziare a creare delle reti di vendita per il selfpublishing che vadano oltre un portale, oltre un bello e funzionante store, e che permettano una rivitalizzazione anche di spazi pubblici deputati alla lettura, biblioteche o librerie ad esempio, con un contato diretto tra i lettori e chi scrive.
Librerie aperte al selfpublishing, aperte alla diffusione di storie diverse e autori non comuni, nel senso più ampio del termine, che non siano costrette a ripercorrere le stesse procedure di distribuzione imperanti da sempre in Italia e che le inchiodano a pacchetti preconfezionati da esporre in vetrina, ma che anzi, proprio grazie alla nuova vicinanza tra autore e lettore, possano liberarsi da questo giogo e provare ad osare, a scegliere, a proporre.
In questo processo realmente innovativo la tecnologia digitale torna con le sue possibilità da offrire e da sviluppare, ma non è il totem al quale sacrificare tutti i sogni di chi autore, lettore o professionista del settore, vorrebbe un mondo editoriale diverso.
Carmine Aceto






























