I PRESEPI DEL MERIDIONE
Il cuore caldo del Meridione è sempre stato ed è tuttora la culla del presepe. Già nella Napoli settecentesca Sant’Alfonso cantò con ricchezza di espressioni e di esuberante sentimento meridionale la poesia del Mistero natalizio: “Co tutto che era vierno, ninno bello, nascetteno a migliara sciure e viole, sciuretteno le bigne (vigne) e ascette l’uva…”.
E sempre a Napoli si incastona come gemma nella sua folkloristica cornice natalizia la bella pagina di antologia che è “Natale in casa Cupiello” di Eduardo De Filippo. Conosciamo tutti la folla di visitatori dei presepi, forse i più famosi di tutti, di San Gregorio Armeno, ancora a Napoli, realizzati e rinnovati ogni volta da veri maestri di tale genere. In rapida sequenza lo sguardo si sposta dalla Costiera amalfitana sotto le cui azzurre acque della Grotta dello Smeraldo ondeggia un presepe a quello monumentale della vicina Cava de’ Tirreni.
Scendendo verso Sud è tutta una fioritura di presepi che hanno sempre qualcosa di particolare… una caratteristica locale o altro. Quelli di Caltagirone, ad esempio, in raffinate maioliche policrome o in semplice, quasi rudimentale terracotta, si distinguono da quelli in miniatura di sughero e di legno della Sardegna. Ad Olmedo, vicino Cagliari, ce n’è perfino uno fatto col pane. Un presepe vivente che ricordo da sempre è quello vicinissimo a noi di Rivisondoli, in Abruzzo, il giorno dell’Epifania, alla contrada Pie’ Lucente.
La peculiarità qui è il paesaggio sempre innevato, spesso nevica anche durante la rappresentazione. Circa mezzo secolo fa (forse anche più) fu scelta, nel ruolo della Madonna una ragazza di Venafro: esile, bionda, con carnagione chiara e occhi azzurri. Col manto celeste era perfetta nel suo ruolo. Pensai subito che non ci poteva essere una Madonnina più bella, dopo quella vera. L’anno successivo, sempre a Rivisondoli, fu la volta di un’adolescente un po’ grassottella, di carnagione scura con i capelli nerissimi: il mantello rosso completò un effetto sorprendente per la somiglianza con quelle che vedevo su certe cartoline allora in voga per gli auguri natalizi. Alquanto sconcertata convenni tra me che pure questa era soavemente bella e non seppi rispondere a “chi delle due lo fosse di più”. La giovane età della sottoscritta, in un tempo così lontano, giustifica quell’ingenuo “dilemma”.
E approdiamo a casa nostra: c’era una volta anche a Venafro tale rappresentazione. Mancava qui l’effetto-neve, ma quei grandi fuochi che si accendevano fin dal tardo pomeriggio, molto distanti l’uno dall’altro, sull’immensa montagna, catturavano l’attenzione già dalla finestra di casa. La grandiosità propria del paesaggio conferiva a questa rappresentazione un ampio respiro di emozioni. Sembrava sospesa nell’aria la sequenza della Madonna che usciva dalla porta del castello sull’asino, guidato da San Giuseppe a piedi, mentre attraversavano la stradina sull’alto fossato di quello che era stato un tempo il ponte levatoio. La gente che affollava sempre lo spiazzo in basso, guardava in su, trasognata. E mentre procedevano lentamente, tra vecchie case, verso la capanna, ai piedi della montagna, si udiva una voce che recitava qualche passaggio biblico relativo alla Natività. Quella voce profonda, ora vicina, ora lontana, faceva pensare ogni volta a un antico profeta. Nel frattempo schiere di angeli sbocciavano candide qua e là nella notte a svegliare pastori addormentati. Vivaci e dolci suoni di zampogne riempivano l’aria rendendo più umano, se così si può dire, il Mistero natalizio.
Non mancavano riferimenti a scene di attualità. Ricordo un anno, per protestare contro qualche focolaio di guerra, purtroppo sempre presenti nel nostro pianeta, una camionetta militare irruppe sulla scena e ne scesero dei soldati minacciosi con le armi imbracciate… La simulazione fu così improvvisa e realista che spaventò un po’ il pubblico e molti, scambiandola per un attentato vero, cominciarono a scappare. Questo accadeva prima che il nostro presepe lo si rinchiudesse in un cortile o lo si immobilizzasse in un locale.
Pure in queste versioni molto ristrette non mancavano impronte di verace venafranità: nel primo si potevano gustare “i sciusci” che ragazze in costume d’epoca friggevano al momento; nell’altro il pubblico un po’ compresso per mancanza di spazio poteva ammirare sul presepe anche piccole artistiche riproduzioni del Verlasce, della Torre merlata, di una particolare chiesa, della Palazzina liberty… Ideatrici di questi ultimi: le in gambissime sorelle Renella.
È una magia, quella del Natale, di cui si parla tanto! Se ne parla con allegria, con estemporaneità, ma anche con un misto di nostalgie di famiglie unite, di desideri di pace, di “godereccio”, di buoni propositi, di dolci pensieri… Il tutto poi destinato a svanire all’alba, proprio come i sogni.
Il Natale sarebbe veramente magico, e non solo nel Meridione, se proprio tutti non delegassimo sempre gli altri a migliorare il mondo e non lasciassimo eternamente solo davanti alla Capanna quell’uomo (o quel Santo?) a fare quella preghiera formidabile: -Signore, riforma il mondo cominciando da me-.
Rosaria Alterio






























