In due anni vi sono stati avvicendamenti, cambi di posizione, strategie e imprenditori che si sono alternati proponendosi alla guida della Gam di Monteverde di Boiano senza cavarne un ragno dal buco.
Prima la paventata gestione Leocata, successivamente l’avvento di Volpe Pasini con Aria Food e l’ultima AVIMolise ,ed ancora oggi la risultanza è zero e porto zero.
Due anni di disastri, con una filiera minata con filo spinato tra operai sul lastrico, sindacati che hanno sposato cause improbabili risolutive, oggi in panne insieme ai lavoratori. La regione che stenta a trovare soluzioni praticabili, affidabili per risollevare il settore avicolo molisano. Possibile che non vi sia stata la possibilità di risolvere una volta per tutte il problema?
La soluzione c’era e ancora ci potrebbe essere? Forse. Una sorta di panacea risolutiva proposta già due anni fa che trovò larghi consensi, era quella della socializzazione attraverso il cooperativismo, un piano lanciato da Confcooperative Molise che aveva fatto breccia nella stragrande maggioranza delle parti in causa.
Il progetto serio e circostanziato prevedeva la costituzione di una cooperativa di allevatori; una cooperativa di trasformazione, per la gestione dell’incubatoio e il macello; e una terza cooperativa di servizi dove sarebbero confluite logistica e commerciale, il tutto controllato da un consorzio con lo scopo di monitorare il piano industriale.
Anche il problema investimenti era superabile, i 35 milioni di euro necessari a riportare il settore ai livelli di produttività e di sicurezza, in base alle normative europee, sarebbe stato colmato attraverso la partecipazione dei circa 200 allevatori che avrebbero versato 20 mila euro pro capite, quale quota capitale della coop.
16 milioni di euro sarebbero confluiti da fondi del PSR. La partecipazione della CFI (Cooperativa Finanziaria Italiana) legata a Confcooperativa sarebbe entrata in partecipazione nel capitale delle cooperative e lo avrebbe raddoppiato di valore; mentre gli operai avrebbero dovuto versare 5 mila euro di capitale pro capite per raggiungere lo scopo.
Su questo punto si ebbe il nervo scoperto che condusse la regione a guardarsi intorno e ad escludere questa possibilità, infatti convincere operai disoccupati e senza paga da mesi, ad elargire una somma anche se esigua risultò una mission naturalmente impossibile, anche se era stata trovata la scappatoia, utilizzando un finanziamento personale con l’assenso della Banca di credito Cooperativo, che avrebbe finanziato i 5 mila euro ad ognuno a 60 mesi con la restituzione di 80 euro mensili.
L’altra somma necessaria al raggiungimento dei 35 milioni di euro sarebbe giunta da un mutuo bancario a lungo termine.
In seguito a questa proposta molto sensata che avrebbe consentito ai lavoratori di entrare come soci e controllare e gestire il proprio futuro e quello dei loro figli, partecipando attivamente al controllo e alla realizzazione del piano industriale, non si è seguita nessuna proposta che potesse essere considerata migliore o risolutiva.
Nello sviluppo del piano industriale, per raggirare l’ostacolo dell’investimento diretto delle maestranze, si era tentato di contattare il monofornitore e monocliente dell’incubatoio AIA che ritira anche oltre il 60% della produzione avicola degli allevatori molisani. Parrebbe che l’Azienda del Gruppo Veronesi si fosse palesata ben disponibile a subentrare al piano industriale e ad investire direttamente oltre 6 milioni di euro. L’esigenza di AIA è ancora oggi quella di realizzare un macello per abbattere oltre 300 mila polli a settimana. Vii era stata anche una valutazione sull’area su cui poteva essere realizzata la struttura. L’unica richiesta dell’azienda avicola internazionale, parrebbe sia stata quella di non avere ingerenze politiche nell’investimento che avrebbe dovuto sostenere e nel piano industriale che doveva essere realizzato. Anche in questo caso qualcosa è andato storto, con probabilità, vi è stato qualche fraintendimento tra le buone intenzioni dei vertici AIA e la Regione Molise che crediamo non veda l’ora di risolvere la vertenza e rilanciare il settore.
A questo punto, non sarebbe il caso di ritrattare, riconducendo all’origine e comunicando l’assoluta volontà di risolvere una volta del tutto la vertenza GAM ad AIA? Potrebbe essere la socializzazione attraverso il cooperativismo una strada più che percorribile. Senza, si rischia il tracollo totale della filiera e centinaia di famiglie che dovranno emigrare in cerca di occupazione. Nessuno crediamo possa protendere verso questa nefasta ipotesi.
Pietro Tonti
































