Nuovi tagli, si taglia di tutto e, al contrario, non ci si preoccupare di ricucire nulla. Nemmeno la fatica di provare a rattoppare un sistema amministrativo che, se era tutto sbagliato e tutto da rifare, non dovrebbe compromettere le possibilità democratiche che ogni cittadino ritiene di doversi vedere assicurate una volta che paga la sua razione di tasse e tiene fede ai suoi obblighi verso lo stato.

Invece, il taglio diviene una tosatura, giorno dopo giorno, e il prato di casa nostra, quello che pensavamo di riuscire a ripulire semplicemente mettendo un pò d’ordine, sta per essere diserbato con la scusante dell’ora o mai più. Ognuno cerca di tenersi stretto il suo lavoro e quelle tenere garanzie che può darci ancora, ma oltre a questo, ciò che ci stanno togliendo dalle mani, convincendoci ad aprire i pugni e a lasciare la presa, è qualcosa che si fa presto a dire che è un suppellettile della nostra vita, ovvero la cultura.

La cultura non è pane, secondo qualcuno, ma neanche i titoli e le azioni nè tantomeno lo spread, di per se sono pane. Lo diventano quando fa comodo. La cultura è anche il modo di fare il pane, di coltivare e di infornare. Comprende e include molto più di quello che provano a ignorare i politici di turno al gran ballo della fine del tempo andato.
Le case della cultura, ovvero i teatri, gli spazi museali e le biblioteche pubbliche, lasciano il passo ad una tagliola che per catturare il topo non si accerta neanche di aver messo il formaggio, confida nella sola trappola.

La trappola nella quale vengono strette tutte le strutture culturali pubbliche italiane, giorno dopo giorno, è la mancanza di considerazione totale nella progettazione futura delle nuove politiche di sviluppo di questo nostro paese. Ci siamo dati anima e corpo ai professori e poi ci accorgiamo che anche loro sbagliano le esercitazioni pratiche, vedere gli esodati per credere.

Anche i professori, quelli che dovrebbero sapere più di ogni altro cosa è capace di produrre la cultura, l’istruzione e la divulgazione informativa che sono insite nei sistemi culturali dei paesi moderni ed evoluti, hanno improvvise carenze di diotrie e una miopia causata dalla pochezza delle loro idee una volta trovatisi non più dietro una cattedra, ma davanti ad un Paese intero che meritava di più di una calcolatrice con un solo segno di operazione artimetica incluso, la sottrazione.

Quando la gente comune si accorgerà che non ci sarà più possibilità per lei di accedere all’anima della sua storia e della sua nazione, sarà purtroppo troppo tardi. Sarà stato già tutto già divelto o semplicemente chiuso, la soluzione più alla mano e alla buona che chi amministra la cosa pubblica sa trovare quando si tratta di garantire servizi ai cittadini e lavoro. Perchè, non lo dimentichino nemmeno i nostri politici locali e nazionali, dietro e dentro ogni istituzione culturale, dietro ogni servizio al pubblico, c’è gente che svolge un lavoro e che con la chiusura di queste strutture verrà semplicemente abbandonata a se stessa.

Parlo di gente con capacità professionali e competenze specifiche sviluppate e corredate da un curriculum frutto del tempo e della passione. Ecco, se la cultura non è il pane, togliere servizi culturali alla gente è un modo per togliere lavoro e quindi per impedire che il pane qualcuno lo vada a comprare. Per farvi un’idea di ciò che sta accadendo e che continuerà ad accadere in proposito leggete quest’articolo di Valentina Grippo intitolato: Biblioteche, è crisi nera

Il regime integralista dei calcoli matematici che sta alimentando il respiro quotidiano dell’Italia da più di un anno a questa parte ha già prodotto danni. La valanga è già in discesa. Le nuove problematiche legate alla spending rewiew faranno il resto, soprattutto con le realtà culturali delle province soppresse e dei piccoli comuni. Nessuno, nè amministratori locali nè politici nazionali, appaiono in grado di fronteggiare lo smottamento. Cercano di raggirare l’ostacolo invece di provare ad affrontare il toro per le corna una volta per tutte, ma non per ucciderlo, non è una corrida e le biblioteche non sono un’arena. Sono il luogo della polis.

Professori, politici, ricordate la polis? date voce alla polis. date modo alla polis di conoscere e divulgare pensieri e parole. Dategli modo di continuare a vivere, altrimenti non serviranno nè giornate nè mesi interi dedicati alle biblioteche.
Ciò che conta più di ogni cosa non sono i libri, ma la gente che li legge. Grazie alle biblioteche ho visto gente leggere e capire, ho visto gente crescere, trovare modi per soppravvivere e studiare come procacciarsi il pane.

Togliere la cultura libera è togliere alla gente il modo di imparare acrescere. Chiudere biblioteche, tagliare servizi culturali è amputare non un arto ma l’intero corpo. Non resterà nulla in vita. Sarà una nuova ondata barbarica leggittimata da gente in doppiopetto e master alla Bocconi.

Carmine Aceto

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