di Dante Lombardozzi

Filomena aveva 73 anni. Godeva di buona salute, non faceva uso di medicinali se non “la pillola per la pressione” ci racconta la figlia Annamaria. Un bel giorno arriva il Covid. Risultati positivi al tampone, gli altri componenti della famiglia sono asintomatici. Filomena sta a casa, ha bisogno dell’ossigeno. Dopo tre giorni la situazione precipita. Annamaria prepara un borsone con dentro “la borsa di mia madre e il pigiama”, arriva l’ambulanza, prende Annamaria e la trasporta in ospedale. La signora Filomena viene trasportata all’ospedale Cardarelli di Campobasso. Direzione: reparto Malattie Infettive, piano terra. Da quel 25 aprile l’unico strumento di contatto per non far sentire sola Filomena è il cellulare. “Per favore, portatemi una camicia da notte” è una delle sue ultime richieste, “il pigiama è scomodo”. Annamaria ha tre figlie. Una vive in casa con loro. Si occupa di tutti nel periodo del contagio. E’ lei che va a comprare asciugamani nuove e camicia da notte per la nonna.

Filomena di Mascia

Sistema tutto in un’altra borsa e va al Cardarelli. La porta del reparto di Malattie infettive è inaccessibile, oltre c’è nonna Filomena. Da quella porta che separa da quell’affetto grande, portano fuori una busta con dentro i panni sporchi della paziente. Alisèa consegna il borsone con i panni puliti e una lettera che aveva scritto a Filomena. E Filomena la legge quella lettera. Non parla molto, ma su whatsapp arriva una foto di lei a letto con quei fogli in mano a testimoniare che aveva ricevuto tutto. Poi la situazione ad un certo punto precipita. La C-pap ormai non è più sufficiente per ossigenare la paziente. Ad un amico di famiglia arriva il suo messaggio: “Aiutatemi”. Filomena non ce la fa. Quel sabato non era uno dei tanti, era l’8 maggio. Alla vigilia della festa della mamma in casa Marasca-Roberto  arriva la telefonata che nessuno avrebbe voluto sentire.

E all’improvviso quella poca tranquillità riacquistata in famiglia per la guarigione degli altri, viene interrotta bruscamente dall’organizzazione del funerale di Filomena. L’impresa funebre ha bisogno dei documenti del defunto e i familiari si recano in ospedale per chiedere indietro gli effetti personali di Filomena: due fedi (la sua e quella del marito che li ha lasciati quando i loro figli erano ancora piccoli, Annamaria aveva 7 mesi), una coroncina per recitare il rosario, un anello d’oro con sopra tre zirconi e qualche foto del defunto marito; portafogli, tessera sanitaria, documento di riconoscimento. Il primario del reparto dice di non sapere nulla di tutto questo e che ad occuparsi di queste questioni c’è la caposala.

Ma è sabato, bisogna ritornare il lunedì. Dopo il funerale, Annamaria torna al Cardarelli a chiedere indietro i beni che sua mamma indossava e aveva portato con sé quel maledetto 25 aprile. “Ci sarà sicuramente un protocollo che prevede la registrazione dei beni dei pazienti” era convinta Annamaria. Invece no. L’amara scoperta: non c’è nessun oggetto di Filomena, dicono dal reparto. Eccezion fatta per il cellulare e il caricabatterie. Si prova a parlare con la caposala che però non è in reparto ma si trova presso l’area vaccinazione.

A Sx Annamaria Roberto e a Dx Alisia (figlia e nipote di Filomena)

Niente, neppure qui si ricava nulla. Nessuno riesce a spiegare dove vengono custoditi i beni dei pazienti che vengono ricoverati per Covid. C’è chi parla dell’esistenza di un magazzino, chi di una cassaforte. Ma nessuno registra nulla. La caposala di Malattie Infettive, piuttosto “infastidita” dalle domande insistenti dei familiari di Filomena, consiglia loro di rivolgersi alla Polizia “e sbatte la porta”, racconta Annamaria. Dalla Polizia Annamaria ci è andata. Il 10 maggio alle ore 18.15 l’ufficiale di turno mette tutto nero su bianco. “So che nulla farà tornare mia madre” dice Annamaria, ma “vogliamo giustizia”.

Alcune domande sorgono sono d’obbligo: l’Asrem ha avviato un’indagine interna per capire l’accaduto? Esiste un protocollo all’ospedale di Campobasso?

 

 

 

 

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