Si sono poi avvicendati i relatori. Amerigo Iannacone ha brevemente esaminato di tutti e quattro i libri pubblicati finora dalla poetessa e ha parlato tra l’altro di «una poesia fondamentalmente positiva e ottimista» sostenendo che un po’ da tutta l’opera «traspare l’oraziano carpe diem, che in qualche modo diventa della vita se non una soluzione almeno un balsamo lenitivo».
Delicato e toccante l’intervento di Antonio Vanni che ha parlato delle “Filastrocche” e ne ha letto diverse e vi ha trovato un’affinità ideale ai testi ritrovati dei bambini che durante la seconda guerra mondiale furono tenuti nel ghetto di Terezin destinati al campo di sterminio di Auschitz.
Profondo e al tempo stesso accattivante, come sempre, l’intervento di Aldo Cervo.
«Tutto si può dire di Giuditta Di Cristinzi – ha detto tra l’altro, parlando delle Filastrocche – meno che difetti di fantasia. È sorprendente come riesca a inventarne una per ogni materia di apprendimento, dalla storia alla geografia, dall’aritmetica alla grammatica, dalla botanica alla meteorologia, dall’astronomia alla musica, dai momenti di vita domestica alle ricorrenze civili e religiose, trovando persino il modo di volgere in poesia il linguaggio contratto e cifrato dei messaggini, come delle ultimissime diavolerie dell’Informatica».






























