di Pietro Tonti
Quale padre vorrebbe il male dei propri figli? Nessuno è ovvio. In questa nazione invece, il governo “padre”, in antitesi all’ovvietà vuole annientare i propri figli e lo fa con sistematica freddezza, da killer metodico, costringendo le sue creature a torture inenarrabili prima di vederli, con piacere sadico, soccombere.

Il processo è da qualche anno in corso e riguarda l’economia di questa nazione che si ripercuote sulle singole realtà locali, sulle singole persone in maniera devastante. Il concetto di nazione svenduto ad una Europa matrigna, che ha tradito i concetti fondamentali della crescita e della sopravvivenza di un popolo di 60 milioni di anime.
La sovranità monetaria anch’essa persa irrimediabilmente in un Euro ghigliottina dello sviluppo, ma non è tutto, sappiamo che non c’è limite al peggio e la politica degli ultimi anni, quella prodiana fino alla renziana attuale, ha contribuito alla macellazione sociale attraverso la cosiddetta globalizzazione industriale e commerciale. Come non rendersi conto che oramai il commercio anche in questa piccola realtà regionale è in mano agli extracomunitari, sempre più presenti ed incisivi in tutte le tipologie merceologiche?
I cinesi in primis, hanno sopraffatto ogni barlume di resistenza dei commercianti autoctoni ad un fisco tiranno con gli italiani, ma molto permissivo con gli stranieri. Oramai il Molise come tutta l’Italia è colonizzata dai cinesi, con migliaia di metri quadri di aree vendita di ogni sorta di mercanzia. Impossibile ogni forma di concorrenza, inavvicinabili per prezzi e assortimenti. Il commercio della frutta nelle mani di pakistani ed egiziani; finanche l’artigianato nel segmento dei lavaggi delle auto è nelle loro mani. Il settore della somministrazione non è immune dalla colonizzazione, con “kebabari” turchi e marocchini, oramai ad ogni angolo delle nostre città e i ristoranti cinesi che proliferano in abbondanza.
La contrazione economica devastante del Molise ha avuto una evoluzione molto strana. A centinaia di saracinesche chiuse per la crisi di commercianti e artigiani molisani, si sono alternate solo le aperture di megastore cinesi, che hanno colmato quel gap nell’offerta di merce a basso costo, tra le altre cose, richiesta da una popolazione alla canna del gas per la perdita dei posti di lavoro, dovuti al noto disastro industriale e alla scomparsa delle principali filiere produttive. Non ci stupiamo più di vedere commesse italiane nei megastore cinesi. Oramai siamo subalterni a chi ha sopraffatto la nostra economia per volere dello Stato.
Nessun atto concreto è stato compiuto dal governo regionale o nazionale, nonostante i palliativi di misure incentivanti di facciata, il disastro è compiuto.
Non contento il governo ha avviato una sorta di epurazione etnica sovrapponibile alla flagellazione industriale, commerciale e artigianale, si è passati all’importazione, o diremmo alla deportazione, di pseudo profughi a rimpiazzare i giovani fuggiti dal Molise in terre meno avare. La società multietnica è un dono di Dio, certo, ma non la sostituzione etnica, quella che sta avvenendo è inaccettabile.
Oramai non siamo più padroni in casa nostra, nessuno ci protegge e ci dà diritto alla proprietà privata, messa in discussione da assalti continui di bande di albanesi, rumeni e slavi, impunite da una legge sberleffo, che li condanna per direttissima e li pone a piede libero dopo tre giorni.
Per molto meno altri paesi stranieri avrebbero fatto la rivoluzione, noi no, subiamo passivamente un governo padre assassino dei propri figli, che sta stimolando di giorno in giorno il razzismo per difesa.
Il senso comune è quello di una impossibilità di continuare con politiche così devastanti per il cittadino italiano, oramai la sopportazione è giunta al culmine.
Il voto per il referendum costituzionale, non è solo per la modifica del titolo V° della nostra carta costituzionale, è la possibilità finalmente per gli italiani di esprimere un dissenso.
Con il “NO”, non si identifica solo il lavoro del governo Renzi, il “NO” acquista un significato più profondo: il non riconoscersi nelle politiche governative che protendono verso il baratro economico e all’epurazione etnica degli ultimi anni, contro gli italiani a favore degli stranieri.
Il “NO”, è l’affermare finalmente, recandosi alle urne, un concetto di nuovo patriottismo, dei valori dei nostri padri costituenti, alla volontà di nazionalismo, di un concetto di Italia degna di tale nome.
C’è bisogno di credere in noi stessi, la perdita per mano di un governo scellerato di 540.000 attività produttive, di un made in Italy che si produce oramai all’estero e oltre 10 milioni di poveri, dovranno convincere questo governo alla resa e a far posto ad un concetto nuovo di nazione.
Dopo il fallimento dell’Euro e dell’Europa è giusto ritornare alla sovranità nazionale. Il “NO” al referendum, è lo strumento per consentire ai cittadini italiani di mandare a casa il governo Renzi e guardare al futuro con rinnovato ottimismo.






























