di Tonino Atella

Una domanda che, approfondendo le polverose e puntualmente interessanti pagine di storia, s’impone sempre più : vuoi vedere che il Castello Medievale di Venafro, imponente e maestoso maniero feudale a nord del centro storico, abbia portato “sfiga”, sfortuna ed avversità a chi -da nobildonna e nobiluomo- vi abbia dimorato e da lì comandato in epoche storiche diverse? L’interrogativo, indubbiamente pesante, viene logico porselo stante due considerazioni su altrettanti personaggi di spessore politico e sociale che lo abitarono nel corso dei tempi : la nobildonna Jacovella, Contessa di Celano e Venafro (1418/ante 1471) e il Conte Enrico Pandone (1494/1528), entrambi con una conclusione poco “esaltante” della loro vita terrena. Approfondiamo le due figure, a partire da chi visse per prima nel maniero venafrano. Jacovella, meglio nota come Jacovella da Celano e detta anche Covella, Iacovella, Jacomella ect, era donna assai amata. Di lei Stefano di Wassan scrisse : “Tra le cose passeggere ne trovo solo una (Jacovella, ndc) tale da rappresentare  l’immagine della vita celeste, e cioè l’amore che un evento fisico non altera, una separazione non separa, la distanza del tempo non annulla”, brano da “Lettera a Covella”.

La bella e giovane contessa Jacovella, assai religiosa e cattolica tanto da adoperarsi per numerosi restauri di chiese ed edifici ecclesiastici in territorio abruzzese, atteggiamento che sarà la costante della sua vita, si sposò tre volte : primo marito fu Odoardo Colonna, fisicamente impossibilitato a procreare e dalla cui casa Jacovella scappò per prendere in seconde nozze -con l’assenso di Papa Eugenio IV, che annullò il matrimonio della giovane col discendente di casa Colonna- Jacopo Caldora, alle soglie dei 70 anni. Anche tale matrimonio però durò poco, esattamente tre mesi, e la giovane Contessa si ritrovò vedova, senza avere figli nemmeno da questo ennesimo legame. Nel frattempo comunque la donna aveva conosciuto il nipote del Caldora, tale Lionello Accrocciamuro, e i due si sposarono intorno al 1445. Dalla loro unione finalmente arrivarono i figli per la Contessa, esattamente Ruggero, Pietro ed Isabella, prima che la donna si ritrovasse di nuovo vedova nel 1458. Nel mentre però Ruggero Accrocciamuro, primogenito di Jacovella e Lionello Accrocciamuro, morto il padre rivendicò a se i diritti della Contea di Celano, dove viveva precedentemente la madre che, morto il marito, si era rifugiata da vedova a Gagliano Aterno. In tale sito Jacovella si difese strenuamente dalle lotte portategli dal figlio Ruggero, ma alla fine venne inevitabilmente catturata il 17 novembre 1462 e condotta in prigione nel Castello di Ortucchio secondo taluni, o nel palazzo fortificato di Castelvecchio Subequo a detta di altri storici. Intanto il figlio Ruggero visse alterne vicende, sino a scontare l’esilio. Subito dopo alla Contessa Jacovella da Celano fu confermato il contado di Venafro, nel cui castello morì poco prima del 1471. Donna bella, fine ed elegante, Jacovella Contessa di Celano e Venafro, dall’animo gentile ma dalla vita alquanto tumultuosa. Non fu fortunata col figlio Ruggero, detto anche Ruggerone,che addirittura le portò lotta per interessi patrimoniali sino ad imprigionarla ! Un figlio che mette in carcere una madre ! Di peggio c’è ? Non crediamo, francamente. L’altro nobile vissuto nel Castello di Venafro: il più rinomato Conte Enrico Pandone, dal cui cognome deriva oggi la denominazione dello stesso maniero, detto appunto Castello Pandone.

Il Conte, che amava essere ed apparire, vi visse tra fine 1.400 e primi del 1.500 e furono i cavalli la passione della sua vita, oltre ovviamente al potere che cercò di esercitare sposando la causa francese, che lui riteneva vincente in prospettiva. Viveva per il patrimonio, per il potere, per la propria immagine e per i cavalli l’intraprendente Enrico. Ne regalava ad altri dignitari suoi amici, ne riceveva a sua volta in dono ed amava farli affrescare a rilievo nel piano nobile del castello, arricchendo le immagini equestri con scritte e le stesse armature portate dai cavalli. Ancora oggi tali cavalli a rilievo sono il magnifico ed originale biglietto da visita del maniero, impreziosito oggi dall’interessante Museo Nazionale di Castello Pandone, ossia quadri, affreschi, opere d’arte, disegni ed altro ancora, in primis le meravigliose formelle d’alabastro che “raccontano” la passione di Gesù, rubate decenni addietro dalla Chiesa dell’Annunziata sempre a Venafro e successivamente per fortuna recuperate ed oggi esposte al Pandone. Il Conte Enrico trasformò il castello di Venafro facendone residenza signorile e creandovi il loggiato e il giardino. Intanto, come detto, viveva per i cavalli e per il potere che cercava in continuazione di rafforzare. Si schierò, ritenendoli sicuri vincitori in prospettiva, coi francesi in contrapposizione agli aragonesi. Coi francesi partecipò all’assedio di Napoli, concluso però con la sconfitta dei francesi, la parte politica prescelta dal Conte Enrico. Conseguentemente per il Pandone non seguirono giorni ed eventi felici tanto che venne catturato a Venafro, nel cui castello si era nel frattempo rifugiato sperando di sfuggire agli aragonesi vincitori. Venne invece fatto prigioniero, condannato e nel dicembre 1528 decapitato a Napoli in Largo Castelnuovo, attuale zona dei Tribunali. Successivamente il feudo e lo stesso castello di Venafro passarono ai Peretti, quindi ai Savelli ed infine ai Caracciolo, duchi di Miranda. Questi detennero l’involucro medievale sino ad inizio ‘800 quando con apposite leggi Giuseppe Bonaparte, re di Napoli e fratello di Napoleone, abolì la feudalità nel Regno di Napoli, avviando tutt’altra storia. Tra l’ ‘800 e primi del ‘900 tanti i privati succedutisi nella proprietà dell’attuale Castello Pandone, prima che lo Stato Italiano esercitasse intorno agli anni ’60 il diritto di prelazione su un atto notarile di vendita dello stesso castello, divenendone di fatto proprietario e da allora Castello Pandone è patrimonio di tutti gli italiani. Già, ma la Contessa Jacovella ed il Conte Enrico che vi abitarono in epoche successive l’una all’altro? Furono potenti, ebbero gloria, ma al tirar delle somme non chiusero affatto bene la loro esperienza terrena. C’entra in questo il Pandone e la sua storia ? Mah … chi può dirlo !

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