di Gianmarco Cimorelli

«C’ è una grossa, grossissima distanza fra l’intento di chi legifera o regolamenta e la realtà che viviamo tutti i giorni. Le immagini che arrivano dal Parco del Matese comprovano questa irragionevole asimmetria . Le norme di salvaguardia, che ad oggi vietano la pesca nel perimetro del Parco (ma tranquilli anche il camping, le canoe, l’apertura di nuove vie per l’arrampicata o banalmente qualsiasi attività arrechi disturbo alla fauna selvatica, insomma molte attività che quotidianamente svolgete in area parco) per salvaguardare la fauna selvatica non fanno altro che lasciare i territori in balia degli eventi e molto spesso di chi – in assenza di quei presidi costituiti dalla presenza degli amanti degli sport outdoor – rispettosi, va da sé, dell’ambiente che li ha cresciuti- trova terreno fertile per porre in essere attività, come il bracconaggio, realmente impattanti sulla fauna selvatica oltreché potenzialmente distruttive.
E se sul piano giuridico è vero che le norme di salvaguardia possono discostarsi ben poco dalla legge quadro sulle aree protette occorre sottolineare che le stesse norme, vietando alcune attività a prescindere se siano localizzate nell’area 1, 2 o 3, appaiono irragionevolmente stringenti se paragonate alle norme di altre aree protette (sul punto a ben poco sono valsi gli sforzi degli amministratori che hanno partecipato ai tavoli tecnici istituiti per predisporre le norme di salvaguardia).
Tornando a noi: A cosa hanno portato le norme provvisorie di salvaguardia? Verrebbe da dire al definitivo collasso di un territorio che già lotta per sopravvivere ma l’ottismo che aleggia dentro di noi, lo vieta.
Di certo le norme di salvaguardia hanno creato un territorio vuoto, vuoto di persone, vuoto di vita e, chissà, vuoto di storie da raccontare.
Un territorio più fragile che rischia di cedere dinanzi alla protervia di chi delle norme di salvaguardia se ne infischia alacremente, perdendo quegli equilibri raggiunti con la sofferenza e la dedizione di chi, seguendo la propria etica, ha sempre agito secondo regole non scritte, consuetudinarie, tramandate dalle generazioni precedenti e che hanno permesso al territorio di giungere fino a noi in uno stato ottimale (con il beneplacito di Ispra che sembra volever spazzare via in preda ad una bulimia progressista e purificatrice tutto quello che esisteva prima, che viveva prima).
Abbiamo alzato barricate per proteggere il territorio, combattendo contro centrali, creando spazi per le comunità, portando avanti in solitaria battaglia a tutela delle specie locali prima del clamor ambientalista, prima di ogni moda, quando appunto lo imponeva l’etica non la norma.
La stessa etica che ci impone, di accettare persino l’idea di essere estromessi, per un tempo indeterminato, dal territorio che con amore filiale abbiamo contribuito a tutelare, se le norme servono a tutelare gli equilibri naturali de quo.
Il rispetto per le norme ci impone di fare un passo indietro ma l’etica non può farci rimanere in silenzio di fronte allo scempio.
Noi eravamo il presidio ora ci sono soltanto i barbari ed un grosso museo disanimato.»
  
Foto concesse da Matese Angler
Articolo precedenteNATURE CAMPUS: UN LABORATORIO ITINERANTE PER COSTRUIRE INSIEME UN TERRITORIO MIGLIORE
Articolo successivoMinori fuori famiglia, approvata all’unanimità la mozione Fanelli. “Un segnale di responsabilità istituzionale a tutela dei diritti dei più fragili”