L’Italia ha “la quota più alta d’Europa” di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano né studiano. Si tratta dei cosiddetti Neet, arrivati a 2 milioni 250 mila nel 2012, pari al 23,9%, circa uno su quattro: in un solo anno sono aumentati di quasi 100 mila unità. Se si sommano le forze di lavoro potenziali – 3milioni e 86mila persone disposte a lavorare anche se non cercano oppure alla ricerca di un lavoro ma non immediatamente disponibili e inclusi tra gli inattivi – ai disoccupati, il numero di persone potenzialmente impiegabili nel processo produttivo si avvicina ai 6 milioni di individui.
Secondo l’Istat, “tra le forze di lavoro potenziali é aumentata la quota di quanti dichiarano come motivazione della mancata ricerca lo scoraggiamento: non si cerca più un lavoro perché si ritiene di non poterlo trovare e, anche in questo caso, il fenomeno interessa soprattutto le donne, in particolare il Mezzogiorno”.
La disoccupazione é aumentata del 30,2%, pari a 636mila unità, oltre un milione in più dal 2008: quasi la metà dei nuovi disoccupati del 2012 ha tra i 30 e i 49 anni e, inoltre, un disoccupato su due lo é da almeno un anno. Le persone in cerca di occupazione da almeno 12 mesi, spiega l’Istat, sono aumentate dal 2008 di 675mila unità e nel 2012 rappresentano il 53% del totale, contro una media Ue27 del 44,4%. La durata media della ricerca di un nuovo lavoro é pari a 21 mesi – 15 mesi nel Nord e 27 mesi nel Mezzogiorno – e arriva a 30 mesi per chi é in cerca di una prima occupazione.
Lo scorso anno é aumentato sia il ricorso alla cassa integrazione sia la probabilità di transitare verso la disoccupazione. La crisi ha profondamente cambiato il mondo del lavoro, hanno spiegato gli esperti Istat: raddoppiando il part-time involontario e abbattendo il lavoro standard; colpendo l’occupazione maschile, specie gli immigrati (marocchini e albanesi) e aumentando (seppur moderatamente) l’occupazione femminile; penalizzando il lavoro qualificato a vantaggio di quello non qualificato e lasciando sul mercato gli ultracinquantenni a spese dei giovani. In generale, nel 2012 l’occupazione é diminuita dello 0,3% su anno, pari a 69mila unità in meno, e del 2,2%, pari a 506 mila unità, dal 2008, anno d’inizio della crisi.
E le imprese? Giocano in difesa e subiscono la crisi. Le strategie adottate negli ultimi anni, registra l’Istat, sono prevalentemente di tipo difensivo: nel 2011 circa il 64% delle piccole aziende e il 69,4 delle grandi ha cercato di mantenere le proprie quote di mercato.
Il Paese è attraversato non soltanto da una profonda crisi economica, ma anche da una diffusa insoddisfazione dei cittadini verso la politica e le istituzioni pubbliche. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni è su livelli bassi: in una scala da 0 a 10, giudizi più positivi vengono attribuiti soltanto ai vigili del fuoco e alle forze dell’ordine, mentre i partiti politici sono a livelli minimi.
E’ il quadro tracciato dall’Istat nel Rapporto annuale 2013. In particolare, un voto da otto a dieci viene attribuito dal 66,2% della popolazione di 14 anni e più ai vigili del fuoco (punteggio medio 8,1), dal 34% alle forze dell’ordine (6,5), dal 4,8% al Parlamento italiano (punteggio medio 3,6) e solo dall’1,5% ai partiti politici, che ricevono come punteggio medio 2,3. La fiducia nelle istituzioni locali si colloca a un livello intermedio: al governo regionale e provinciale viene assegnato dai cittadini un punteggio medio pari a 3,7, a quello comunale 4,5.































