di Giampiero Giunti

“Un Paese di paesi” non è solo il titolo del nuovo libro del professore Pazzagli ma è una ragione di vita di cui si è discusso nella splendida cornice di Montefalcone del Sannio.

Ai piedi del campanile c’è la Piazzetta del sole che ha visto i cittadini partecipare alla discussione dell’importanza delle aree interne. A moderare l’incontro c’era il nostro direttore Giovanni Minicozzi. A spiegare le cause dello spopolamento dei piccoli comuni è stato il professor Domenicangelo Litterio che è anche il presidente del Movimento Aree interne. Cause, effetti ma anche soluzioni illustrate dall’autore del libro Rossano Pazzagli, professore di storia moderna all’Università degli Studi del Molise, direttore dell’Istituto di Ricerca sul Territorio e l’Ambiente “Leonardo” di Pisa e componente di diversi comitati scientifici e della redazione delle riviste «Ricerche storiche», «Locus» e «Glocale».

Al centro dell’attenzione c’è “un segno di civiltà inarrivabile nelle grandi zone” che è rappresentata dal semplice “dire buongiorno” a chiunque si incontri lungo le strade. Mentre si parla, il silenzio degli ascoltatori e interrotto dal rintocco delle campane della chiesa ancora chiusa dal sisma 2018 e a quei rintocchi viene in mente che quel “segno di civiltà inarrivabile” noi, turisti per caso a Montefalcone, lo abbiamo toccato con mano. Al “Bar del Corso” ci siamo fermati a prendere un caffè e siamo stati accolti, da estranei, dal collettivo buonasera dei presenti.

Il signor Ernesto, 86 anni, arrivato appoggiato al suo bastone, si siede e offre da bere ai presenti. “Anche ai signori” precisa al barista indicando noi di Futuro Molise e non accettando un rifiuto. Azioni che difficilmente si riscontrano nelle grandi metropoli ma anche semplicemente in città.

L’incontro, organizzato dalla Pro Loco di Montefalcone, ha visto anche la presenza del sindaco Riccardo Vincifori che ha colto l’occasione per ricordare anche l’importanza del giornalismo per la sopravvivenza e il rilancio delle aree interne, dei piccoli centri. Un “giornalismo non da salotto” che già altrove (Liguria, Umbria, Emilia Romagna) ha visto iniziative per far rivivere i piccoli comuni. A partire dagli anni 80. Si è puntato sulle grandi aziende ma ha creato spopolamento. “Ed oggi ha lasciato il vuoto assoluto”

L’Italia ha un patrimonio naturale ed archeologico che non si può riprodurre in altri posti del mondo. Da qui la domanda: è possibile che “il turismo lento” non diventi una moda di passaggio?

E poi c’è l9 smart working, la scoperta dovuta al Covid, ma che potrebbe essere da sprono a far restare i cittadini nei piccoli comuni. Un’idea che si scontra con l’assenza di una connessione internet.

Chiude gli interventi l’autore Pazzagli che parla dell’Italia come “Un Paese di paesi”. Il libro è “contento di tornare a casa sua” perché c’è molto del Molise. Racconta che il libro è nato perché oggi c’è una nuova urgenza “è andato in crisi il modello di sviluppo urbano che ha creato benessere ma è stato squilibrato, privilegiando le poche ossa del paese trascurando” la spina dorsale dell’Italia: i piccoli comuni. Oggi vanno colmate quelle disuguaglianze territoriali che sono diventate “inevitabilmente anche disuguaglianze sociali”.

Da sx il prof. Litterio, il giornalista Minicozzi, il prof Pazzagli, il sindaco di Montefalcone Vincifori, il presidente della Pro Loco di Montefalcone

Lo scivolamento verso il basso è solo in parte dovuto alla carenza di lavoro nei piccoli centri. La causa principale dello spopolamento è dovuto alla carenza di servizi. Cosa fare? “Diffidate di chi dà ricette”. Si può andare in un borgo se ci sono politiche di ritorno, attraverso strategie che guardano avanti, “oltre i 2 o 3 anni”.

“Ma occorrono servizi che vuol diritti”. Sanità che vuol dire salute, scuola che vuol dire istruzione. “Prima si aprivano le scuole nelle campagne oggi si chiudono le scuole nei paesi” in nome dell’istruzione. Solo per citare qualche esempio.

Pubblico

Il Molise perde, in media nell’ultimo anno, 11 cittadini al giorno.
Per fermare l’emorragia ci vuole “un’altra economia che non applichi lo stesso modello” che ha creato lo “sboom” delle aree interne mentre l’Italia, nel secondo dopoguerra, cresceva con il suo “miracolo economico”. E forse la pandemia che stiamo ancora affrontando potrebbe spronare ad un recupero che non sia solo turismo che “andrà bene se a livello locale riprende la vocazione dei territori”.

Nella consapevolezza che il prima possibile la politica dovrà occuparsi di questa emergenza. E non è detto che la ripartenza ci sarà quando chiuderà l’ultima bottega. Della serie: bisogna toccare il fondo per ripartire.

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